Cielo che attende

Il cielo non ha fretta,
tiene il fiato come chi teme di disturbare un pensiero in formazione.

Le nuvole, invece, si esercitano nell’arte dell’improbabile: si allungano in schiene di animali mai nati, si incurvano in code che non hanno padrone, si aprono in occhi che non cercano nulla se non il passare.

Sono sogni che hanno preso corpo solo per un istante, giusto il tempo di ricordarci che anche ciò che non esiste può lasciare un’orma.

E il cielo li lascia fare, li osserva con la pazienza di chi sa che ogni metamorfosi è una forma di gentilezza.

Forse aspetta noi, o forse aspetta solo che il mondo si accorga di quanto sia lieve tutto ciò che sembra immenso.

Silvia Rosa

Verde madre speranza

Scivola nell’aria come un richiamo che non ha voce, un soffio che torna quando il cuore si fa più lento.

Oggi una ragazza cammina verso il suo sì, e il suo passo è così pieno di luce che sembra portare con sé tutte le albe che qualcuno non ha più potuto vedere.

Il suo vestito sfiora il mondo e il mondo si illumina, come se riconoscesse una promessa antica.

Io resto un attimo ferma, in quel punto dove il respiro si stringe e poi si apre, perché c’è una presenza sottile che non si vede ma accompagna ogni gesto, come una mano che non tocca eppure sostiene.

Non ha nome, non ha corpo, ma è qui: nel modo in cui la luce cade, nel modo in cui la figlia sorride, nel modo in cui il giorno sembra più grande.

E mentre lei avanza, io sento che qualcosa dentro di me si riallinea, come se il dolore trovasse finalmente un posto dove riposare.
Mi attraversa come un raggio obliquo, e capisco che certe presenze non finiscono: cambiano forma, diventano aria, diventano forza.

E oggi, in questo giorno che brilla,
io
con tutte le mie ferite e tutta la mia speranza
cammino accanto alla luce che resta.

Lei era sua madre.
La ragazza è sua figlia.
Per forza.
Non può essere altrimenti.

Silvia Rosa

Né piuma né fondale

La laguna
ha imparato a brillare in silenzio.
Non chiede attenzione,
eppure ogni suo riflesso
sembra ricordare
che la calma non è assenza,
ma un modo diverso di restare.

Un cigno la attraversa
con la grazia di chi non deve dimostrare nulla.
Il suo bianco non promette salvezze,
ma apre un varco:
un chiarore minimo,
sufficiente a far respirare il pensiero.

E io,
che forse non sono né piuma né fondale,
mi fermo a guardare.
La malinconia resta,
ma diventa trasparente
quando un cigno passa
e l’acqua, per un attimo,
sembra ricordarsi
come si fa a brillare.

Silvia Rosa

Capelli d’ edera

Il giardino dimenticato
ci guarda senza fretta,
come chi ha visto passare
troppi drammi per crederci ancora.

Ride di noi,
delle nostre tragedie da lunedì mattina,
delle promesse che facciamo
con la stessa leggerezza
con cui perdiamo gli ombrelli.

Le foglie secche applaudono piano
quando inciampiamo nei nostri pensieri,
i rami spezzati commentano tra loro
che siamo fragili più di loro
eppure ci ostiniamo ad essere forti.

Il giardino lo sa:
siamo un catalogo di debolezze,
un inventario di entusiasmi brevi,
di paure lunghe,
di orgogli che si sciolgono
alla prima carezza.

Eppure
c’è sempre un eppure
che ci salva dal crollo.

E il giardino sembra quasi sorridere
mentre ci rialziamo
storti, buffi, veri
fra oggi
e ieri.

Silvia Rosa

Dio al femminile

Il vento mi sfiora
come chi conosce il mio nome
ma non lo pronuncia.
Porta con sé il candore dei fiori,
quel bianco che non è purezza
ma un modo segreto di arrendersi.

I petali si posano sulle gote,
si sciolgono al calore,
si lasciano respirare.
Sembrano capire
che certe emozioni non chiedono voce,
basta il battito che cambia ritmo
senza avvisare.

Le strade dimenticate
mi accolgono come una stanza chiusa da anni:
odore di polvere e promessa,
un silenzio che non giudica,
un passo che diventa confessione.

E in quel passo
sento qualcosa aprirsi.
Non è desiderio soltanto,
è un tremore più profondo,
un richiamo che non so spiegare
ma che riconosco.

Cerco Dio
una Dio che respira piano,
che conosce il peso delle attese,
la dolcezza delle rinunce,
la fame di essere vista
senza essere spogliata.

Forse Lei è qui,
nel punto in cui il vento
mi scopre la pelle
e io non mi nascondo.
Nel rossore che sale
come un segreto che vuole uscire.
Nel fiore che si apre
non per mostrarsi,
ma per essere toccato dalla luce.

Forse Dio al femminile
è questo:
un’intimità che non pretende,
una presenza che scalda,
una carezza che non chiede nome.

E allora resto.
Lascio che il vento mi legga,
che i petali mi dicano chi sono,
che il corpo ascolti
quello che l’anima
ha sempre saputo.

Silvia Rosa

Solo quando ha smesso di crederci

Non so chi sia, lassù,
questa donna appesa all’aria,
che attraversa le nuvole
come fossero domande senza risposta.

Forse è una di quelle
che non cercano il cielo,
ma lo interrogano.

Le sue ali, sì, ali,
ma non da creatura celeste:
ali d’angelo stanco,
che ha imparato a volare
solo quando ha smesso di crederci.

L’aria la sostiene
con la pazienza delle cose invisibili,
quelle che non chiedono nulla
eppure reggono tutto.

E lei scivola,
una parentesi scura
nel bianco del giorno,
una possibilità che non fa rumore.

Se cade, non lo sapremo.
Se arriva, nemmeno.
Così fanno gli angeli al femminile:
passano,
e il mondo si accorge di loro
solo quando non ci sono più.

Silvia Rosa

Orizzonte argentato

Acqua in fiammelle
Fatta di stelle,
dici tu.
E io ti credo,
perché le stelle hanno una lunga esperienza
nel fingersi altro:
puntini di gesso,
briciole di un pane cosmico,
errori di cucitura della notte.
Non si offendono se le confondi,
anzi, sembrano divertirsi.

E poi
come se la scena avesse bisogno
di un dettaglio imprevisto
arriva un pesce.
Non un pesce simbolico,
non un pesce da parabola,
non un pesce che aspira a essere ricordato.
Un pesce qualunque,
di quelli che passano
senza lasciare dichiarazioni ufficiali.
Si ferma un istante sotto la superficie,
inclina la testa se così si può dire,
valuta la situazione
con la calma di chi non ha appuntamenti,
e riparte.
Nessuna morale,
nessuna rivelazione.
Solo un pesce che fa il suo mestiere:
andare.

Io resto qui,
con l’argento che insiste,
le fiammelle che non scelgono un lato,
le stelle che continuano a fingere
di essere indispensabili.
E mi accorgo, senza fretta,
che forse il mondo funziona così:
qualcosa brilla,
qualcosa passa,
qualcosa osserva senza trattenersi.
E noi, nel mezzo,
a tentare di capire
ciò che non è stato creato per essere capito.

Silvia Rosa

Vortice di colori

A volte i colori non girano:
si cercano.
Come fanno le persone
quando non sanno più da che parte stare.

Il rosso arriva trafelato,
porta ancora addosso qualcosa che brucia.
Non lo dice,
ma si vede che ha corso troppo.

Il blu gli si avvicina piano,
con quella sua calma che non inganna nessuno:
è la calma di chi ha pianto
e ora non vuole far rumore.

Il giallo tenta di farsi largo,
non per farsi notare
ma per ricordare agli altri
che la luce non è un obbligo,
è un dono che a volte trema.

Gli altri colori
quelli che non hanno un nome preciso,
quelli che esistono solo quando qualcuno li guarda
si lasciano trascinare
come fanno le cose fragili
quando capiscono che resistere
non serve a niente.

Nel mezzo,
il vortice non è caos:
è un abbraccio che non sa da dove cominciare.
Una confusione buona,
di quelle che ti rimettono insieme
senza chiederti il permesso.

Quando tutto si placa,
resta una macchia irregolare.
Qualcuno la chiamerà errore.
Qualcun altro, destino.

Io la chiamo:
la prova che anche ciò che si frantuma
può trovare un modo
per restare intero.

Silvia Rosa

Civico 34, in un giorno qualunque

La porta del 34
oggi ha un’ombra più lunga.
Non dipende dal sole:
certe assenze
sanno allungarsi da sole.

Il tappeto,
quello consumato al centro,
non riceve più passi.
Si è messo a riposare,
come fanno i vecchi cani
quando capiscono prima degli altri.

Sul vetro
una macchia di respiro
resiste da settimane.
È strano come certe tracce
non abbiano fretta
di andarsene.

Il postino ha lasciato
una busta sottile.
Dentro non c’è niente
che riguardi il cuore,
ma la carta trema lo stesso
quando la prendi in mano.

Il corridoio, dietro,
ha imparato a non aspettare.
È diventato bravo:
non chiede,
non spera,
non ricorda.

La porta resta chiusa.
Non per punizione,
non per mistero.
È che a volte
perfino il legno capisce
che non c’è più nessuno
da lasciare entrare.

E continua a stare lì,
con quella pazienza inutile
che hanno le cose
quando sopravvivono
a ciò per cui erano state create.

E solo alla fine,
sul pianerottolo,
una bambina guarda la porta
con l’incredulità
di chi non sa ancora
che certe chiusure
non dipendono dalla chiave.

Acqua senza benedizione. Diga del Vajont

Non hanno avuto un nome.
Forse uno stava per arrivare,
l’altro era ancora in discussione.
Le cose incompiute hanno sempre
un certo pudore.

L’acqua, invece, no.
Da anni esonda
come chi vuole dire qualcosa
ma non trova il destinatario.
Non benedice nessuno:
si limita a ricordare
con la sua ostinazione liquida
che il mondo non è fatto
solo di ciò che accade.

Le pietre, che non sanno mentire,
restano al loro posto.
Accolgono ogni onda
come un tentativo fallito
di tornare indietro.

Il vento passa,
fa finta di non vedere,
poi si volta un momento
un momento soltanto
per contare le assenze.
Non gli tornano mai i conti.

Di loro resta questo:
una possibilità non spesa,
un riflesso che non ha avuto il tempo
di diventare volto.
E l’acqua che insiste,
testarda come una domanda
a cui nessuno ha risposto.

Silvia Rosa