Quando fioriscono le cose piccole

Le pupille, stasera,
sono due formiche stanche.
Non cercano niente,
ma trovano tutto:
una luce che cade,
un ricordo che punge,
un nome che non dico più.

Tra le ortiche del giorno
qualcosa ha fiorito lo stesso.
Un fiore minuscolo,
quasi invisibile,
e accanto
un bocciolo bianco, intonso,
così puro
che quasi fa male guardarlo.

Il vento soffia piano,
come chi asciuga una fronte
senza farsi vedere.
Muove l’aria,
ma anche un po’ il cuore,
quel tanto che basta
a ricordarmi
che non tutto ciò che punge
fa male per sempre.

E allora lascio fare alle formiche,
lascio fare al vento,
lascio fare a quel fiore ostinato.
Forse è così
che si impara a commuoversi:
quando il piccolo,
all’improvviso,
diventa tutto.

Silvia Rosa

E allora sarà

C’è chi passa tra noi
come una linea di cresta:
non fa rumore,
ma divide la luce
in due metà più chiare.

Di lui resta
un’intelligenza leggera,
simile al vento che sa
dove andare
senza bisogno di mappe.

Un giorno vide un errore
prima ancora di leggerlo.
Non era mio.
Fu allora che capii
che alcuni insegnano
senza volerlo,
e altri imparano
senza sforzo.

Poi il mondo lo prese con sé:
un orizzonte lontano,
un lavoro che somigliava
ad un viaggio,
un progetto che aveva
la forma dell’acqua.

Io rimasi più in basso,
a guardare le montagne
come si guarda un enigma
che non pretende soluzione.

Ora penso ai varchi antichi
che gli uomini dedicavano agli dèi,
affinché potessero passare
senza inciampi.

Forse, dico forse,
un giorno ne troverò uno
che non porta un nome,
ma un’assenza luminosa.

E allora sarà

Silvia Rosa

Solo un po’

È stata lasciata sul bordo della vita
come si lascia un ombrello rotto nell’atrio di un museo.
Non per cattiveria: per distrazione, per ordine naturale delle cose.
Gli oggetti che intralciano cercano sempre un posto dove non dare fastidio.
Le persone, a volte, fanno lo stesso.

Lei non protesta.
Si limita a osservare come il mondo continui,
puntuale, indifferente,
con la precisione di un orologio che non ha mai saputo
che ore fossero per lei.

Qualcuno direbbe “giovane donna abbandonata”.
Lei preferisce “materiale fuori catalogo”.
Suona più neutro, più gestibile,
meno incline a far piangere i passanti.

Eppure, mentre la polvere si posa,
le cresce dentro una minuscola ribellione:
la certezza che anche ciò che intralcia
prima o poi trova un varco,
una fessura,
un’improbabile utilità.

Perfino un ombrello rotto,
in certe piogge,
sa ancora proteggere.

E intanto il vento muove i fili d’erba
e lei non piange.
Solo un po’.

Silvia Rosa

Per tentativi

Non dicono da dove vengono.
Hanno imparato la discrezione
dalle cose che hanno servito a lungo.

Forse erano scarpe da ballerina,
ma non insistono sulla versione.
La vita, del resto, non controlla i biglietti:
ti lascia entrare anche se non sei
chi pensavi di essere.

La punta è consumata.
Non per grazia,
ma per tentativi.
È così che si diventa leggeri:
fallendo molte volte
senza testimoni.

Dentro c’è un odore di giorni passati,
di passi che non hanno fatto storia,
di un corpo che ha cercato
di stare al mondo
senza ferirlo troppo.

Le guardo.
Non chiedono nulla.
E proprio per questo
mi commuovono:
sono la prova che l’esistenza
non ha bisogno di applausi
per essere stata vera.

Forse non hanno mai danzato.
O forse sì,
in una stanza piccola,
quando nessuno guardava
e la musica era solo un pensiero
che faceva spazio all’aria.

Qualcuno le ha lasciate andare.
Io le raccolgo.
Pesano quasi niente,
come tutte le cose
che hanno portato un’anima
senza farsene vanto.

Silvia Rosa

Nonostante tutto (Risiera di San Sabba)

Li portarono via all’alba,
quando la luce è così fragile
che basta un respiro per spezzarla.

Tolsero loro i vestiti,
come se la stoffa potesse dire la verità.
Tolsero i capelli,
come se la memoria vivesse solo lì.
Tolsero i nomi,
come se il silenzio fosse più facile da contare.

Eppure, qualcosa rimase.
Una madre che ripeteva mentalmente
la ninna nanna dell’ultima notte.
Un ragazzo che teneva in tasca
un granello di terra
l’unica patria che non brucia.
Un vecchio che, senza farsi vedere,
continuava a benedire il mondo
che lo stava dimenticando.

Le porte si chiusero.
Le chiavi girarono.
Il metallo fece il suo dovere.

Ma l’anima no.
L’anima, ostinata come un filo d’erba
che spunta tra le rotaie,
non trovò serratura.

E ancora oggi,
se ci si avvicina abbastanza al silenzio,
si sente quel respiro trattenuto
che non hanno potuto togliere.
Quella piccola, immensa parte di loro
che nessuno è riuscito a deportare.

Silvia Rosa

Il bozzolo e le lacrime

Sul tavolo, che non pretende meraviglie, ma le ospita senza protesta c’ è una torta.

Alice la guarda come si guardano le cose che non chiedono attenzione e per questo la ottengono.
Prende nota, senza impegno: uno strato di crema che non sa se essere memoria o appetito, due briciole che tentano la fuga, un’ombra che non coincide con nessun corpo presente. E un silenzio, sempre lui, che non firma mai il registro presenze.

Alice ha un talento per gli smarrimenti: perde mondi come altri perdono chiavi. Parla con un coniglio che risponde solo alle domande che non fa. Annota anche questo, perché gli inventari servono a ricordare ciò che non si lascia ricordare.
Intanto Alice nel non sa in che mondo stare.

Mentre il brucaliffo fuma e costruisce il suo bozzolo.

Lei piange.

La torta si squaglia.

Il tè si raffredda.

E lei si asciuga le lacrime sulla gonna.

Silvia Rosa

Del prossimo aprile

Gli alberi sanno più di quanto dicano.
Non fanno conferenze,
non pretendono applausi,
eppure ogni primavera
pubblicano un manifesto verde
che nessuno osa criticare.

Stanno fermi,
ma non sono immobili:
si spostano nel tempo,
che è un viaggio più lungo
di qualsiasi treno.

Non chiedono permesso alla terra
per affondare le radici,
né al cielo
per allungare le braccia.
E quando il vento li sgrida,
rispondono con un fruscio
che somiglia a una risata.

Hanno visto tutto:
gli amori che si giurano eterni,
gli addii che non trovano parole,
i bambini che crescono
e poi tornano adulti
a cercare l’ombra di allora.

Se potessero parlare,
forse direbbero che siamo fragili
come foglie del prossimo aprile.
Ma non lo dicono.
Preferiscono lasciarci credere
che siamo noi
a proteggerli.

Silvia Rosa

Ogni giorno cade una piuma.Una sola.

Scende lenta, come se avesse tempo,
e si posa dove vuole,
senza chiedere se fa male.

La nebbia non consola.
Copre tutto con la cura distratta
di chi sistema una stanza
dopo che qualcuno se n’è andato
senza chiudere la porta.

Eppure, in questo bianco che cancella,
qualcosa rimane.
Una luce piccola,
così timida
che sembra chiedere scusa per esserci.

La riconosco tardi:
è la bambina che sono stata,
quella che teneva in tasca
un frammento di mondo rotto
convinta che valesse la pena
provare ad aggiustarlo.

Mi guarda con quella serietà
che hanno certi bambini
quando intuiscono qualcosa
che nessuno ha avuto il coraggio di spiegare.

E mentre la nebbia avanza,
le sue mani diventano più leggere,
le braccia si assottigliano,
le ginocchia si sfumano
come se il corpo non fosse mai stato
del tutto sicuro di restare.

Accanto a lei,
un uccellino malato
perde una piuma dopo l’altra
senza fare rumore,
come se volare fosse un ricordo
che non osa più disturbare.

Eppure entrambi restano lì,
così fragili da sembrare un errore,
così ostinati da sembrare
qualcosa che non si è spezzato del tutto.

Silvia Rosa

Lei, la pioggia

Io scendo piano,
senza chiedere permesso,
e tocco i fiori come si sfiora
la fronte di un bambino che dorme.

Loro non mi giudicano.
Aprono le mani,
bevono,
si fidano.

I bambini lo sanno:
che per crescere serve acqua,
serve un po’ di buio,
serve qualcuno che resti lì
anche quando il cielo fa paura.

Li ho visti giocare
con orsi enormi,
morti solo per finta,
vite di peluche che risorgono
ogni volta che una risata li chiama.

E ho visto anche te,
stretta in un angolo,
mentre il mondo ti diceva
fai
fai
fai
come se il cuore fosse un motore
e non un fiore.

Allora ti parlo:
non correre.
Lascia che io cada.
Lascia che ti bagni.
Lascia che ti sciolga la polvere
che non ti appartiene.

Perché anche tu,
come loro,
hai bisogno di acqua,
di gioco,
di mani aperte
che non giudicano.

E quando ti rialzerai,
sarà semplice:
sarai fiore.
sarai bambina.
sarai viva.

Silvia Rosa

Un cielo distratto

La donna cammina nel mattino, senza pretendere che qualcuno la noti.
La pioggia di primavera la riconosce invece: le sfiora le mani come un saluto antico.

I petali volano intorno, non per lei, ma capita che le cadano vicino.
Le coincidenze hanno sempre un loro pudore, e lei non li disturba.

Ogni passo è un gesto lento, quasi una scusa rivolta al mondo
per il rumore che potrebbe fare.

Le pozzanghere riflettono un cielo distratto.
Lei ci passa accanto come si passa accanto a un pensiero
che non si è pronti a confessare.

Il vento le solleva i capelli e con loro i dubbi leggeri,
quelli che non pesano abbastanza da restare a terra.

Sorride appena: non per ottimismo, ma per economia del dolore.
Un sorriso piccolo, sufficiente a non far crollare il cielo.

Silvia Rosa