Occhi di falena

Il cuore si scioglie,
non si stacca:
diventa acqua.
Un’acqua lenta,
che scivola fuori dal corpo
come una confessione che non ha più voce.
Non cade, non corre:
si allarga.
Prende la forma di ciò che manca,
la forma di ciò che non torna.

Il mondo sotto è un cimitero che respira,
un respiro umido,
che sale dalle pietre come una nebbia che sa tutto.
I fiori di plastica brillano,
non perché sono vivi,
ma perché non possono morire.
Qualcuno cambia l’acqua,
anche se i fiori non bevono,
ma la memoria ha comunque sete.
E l’acqua trabocca,
si mescola alla terra,
diventa un pianto che nessuno rivendica.

La purezza è trasparente.
È una goccia che trema sul bordo,
che non sa se cadere
o restare.
Il cuore la attraversa,
si mescola,
si perde.

Il sangue non scorre più:
si diluisce.
Diventa un rosso pallido,
quasi un ricordo,
quasi un odore.
Il mosto fermenta piano,
come se aspettasse un miracolo che non arriva.

E poi,
sgorga.

E l’osso di un passero trema.
Non sono ali, ma occhi di falena.

Silvia Rosa

Intrugli scuri e petali sparsi

La pioggia arriva come una tregua che non chiede permesso, scioglie il sole cocente in una luce che non ferisce e per un attimo sembra che il mondo si ricordi di essere gentile.

Per terra, i fiori sono stati strapazzati dal temporale: petali sparsi come sillabe, steli piegati ma non vinti, colori che resistono anche quando l’acqua li trascina via.

Non conoscono la gelosia, né il disumano che a volte ci cresce dentro come una radice che non vuole farsi vedere; accettano tutto: il vento, la pioggia, la notte, e continuano a fiorire, anche storti.

Sul tavolo, la moka vive la sua piccola epopea: fa intrugli scuri, mescola acqua e ombra, borbotta come un cuore che non vuole stare zitto.

Lei però non beve più caffè: lo guarda soltanto, come si guarda un ricordo che non si può toccare, eppure quel suono le attraversa il petto, le ricorda che qualcosa pulsa ancora.

Noi invece combattiamo ombre che non hanno nome, stagioni interiori che cambiano luce senza avviso; a volte resistiamo, a volte ci arrendiamo un istante solo per poter respirare.

La malattia mentale è un temporale silenzioso, non lo diciamo, ma lo sentiamo arrivare nelle ossa.

Eppure la pioggia illumina tutto: le crepe del pensiero, le rinunce che fanno tremare, le piccole vittorie che nessuno vede.

Si mescola al profumo dell’intruglio della moka, a quel battito metallico che continua a chiamare anche se lei non risponde più.

Quando smette, i fiori rialzano la testa, la terra profuma di perdono, e noi, con la moka ancora calda, ci scopriamo capaci di restare in questo istante che non chiede nulla se non di essere vissuto.

Silvia Rosa

La natura non conosce vergogna.

Mostra tutto: zanne, piume, la curva morbida del fianco, la ferita che guarisce da sola senza chiedere scusa.
Gli animali non hanno segreti: il battito nel petto è dichiarato, le zampe raccontano la strada, le ali la caduta e il ritorno.
Ogni parte dice qualcosa che noi fingiamo di non sentire.
Il lupo porta nel ventre la fame antica del mondo, la cerva nelle sue ossa leggere la memoria di tutte le fughe.
Il gatto, con la schiena che si inarca, insegna che il corpo è un verbo che non si può coniugare a metà.
E poi c’è l’erba, la più animale di tutte, perché cresce senza pensare, si piega, si rialza, si infila ovunque come un istinto. Le sue foglie sono dita, le radici sono vene, il vento è il suo respiro.
Noi invece ci nascondiamo: copriamo la pelle, temiamo il sangue, ci spaventa la bellezza cruda di ciò che vive senza permesso.
Ma la natura incontrollata ci guarda con pazienza, come una madre che sa che prima o poi torneremo a essere semplici: mani, fiato, cuore che batte forte perché vuole restare vivo.
E quando ci sorprende, un animale che mostra il fianco, un albero che apre la corteccia, un temporale che ci scompone, allora capiamo.
Che ogni parte del mondo è una parte nostra, e che l’incontrollabile non è caos, ma un richiamo: la voce antica che dice che siamo ancora fatti di terra, di pelle, di respiro.

Silvia Rosa

Movimento d’anima

Amare è un esercizio di precisione:
contare i millimetri che non contano,
le pieghe della pelle che nessuno nota,
le unghie che crescono
senza chiedere permesso al mondo.

Amare è accorgersi del cielo
che si incastra tra le sue scapole
quando si volta.
Un cielo minuscolo,
ma sufficiente a cambiare il tempo.

Amare è ascoltare il sangue:
non il battito,
ma il rumore che fa quando decide
di restare.

Amare è piangere
per l’eccesso,
per la sorpresa,
per la semplice, ostinata evidenza
che nel mondo
c’è qualcuno
che ti sposta il baricentro
con un movimento d’anima
che non sai spiegare.

Silvia Rosa

Viale di pescivendoli

Odore di reti bagnate, barche che respirano piano come animali che hanno visto troppo.
Il sole scende a picco, non chiede permesso, illumina ogni cosa con una sincerità che fa quasi male.
Lei è lì.
Una donna che guarda, stanca nel corpo, felice in quel punto segreto dove la vita si annida quando nessuno la vede.
Ha mani che sanno di sale, occhi che hanno imparato a non cedere, e un sorriso che arriva lento, come una marea buona.
Davanti a lei, il bimbo.
Occhi da cerbiatto, grandi abbastanza da contenere il mare senza che il mare se ne accorga.
Cammina tra cassette di pesce, tra voci che si intrecciano, tra reti che raccontano notti in cui gli uomini hanno tirato su il destino insieme alle onde.
Forse un giorno saprà.
Saprà degli avi che hanno vissuto qui, di chi ha sfidato tempeste che non avevano nome, di chi ha cucito reti come si cuciono le ferite, di chi ha lasciato la propria voce tra le assi di una barca che ora non c’è più.
Ora non sa. Ora guarda soltanto.
E nel suo guardare c’è già una promessa: che la memoria arriva piano, come il vento che asciuga il sudore senza farsi notare.
La donna lo osserva. Sa che quel bimbo è il punto esatto in cui il passato smette di essere passato.
Sa che ogni suo passo riannoda un filo, riporta a casa una storia che credeva perduta. E allora sorride. Un sorriso piccolo, quasi invisibile, ma così vero da far tremare il sole.
Perché in quel viale di pescivendoli, tra reti che odorano di fatica e barche che aspettano la notte, c’è un bambino che un giorno saprà da dove viene il suo nome, da dove viene il suo coraggio, da dove viene quel modo gentile di guardare il mondo. E c’è una donna che lo guarda come si guarda una meraviglia: stanca, sì, ma felice di essere la prima pagina di una storia che lui, solo lui, saprà raccontare.

Silvia Rosa

E il segno sei tu, Ines

Io sono sua madre.
E prima ancora di stringerla, qualcuno ha stretto me.
Non aveva ali.
Le ali sono per chi vuole farsi vedere.
Lui no.
Lui le teneva piegate, blu, nascoste come un dolore antico, come una promessa che non osa mostrarsi.
Preferiva gli angoli, le travi polverose, i posti dove la luce arriva solo se insiste. Aveva addosso un odore di case sopravvissute, di mani che hanno cucito troppo e che, quando smettono, lasciano nell’aria un vuoto che sembra un richiamo.
Io lo sentivo senza vederlo.
Era fatto di ossa leggere e di un silenzio che non chiedeva niente, un silenzio che mi guardava come si guarda una porta socchiusa: con la certezza che dietro qualcosa respira e aspetta.
Non parlava davvero.
Era più un pensiero che si appoggia, un soffio che mi attraversa e mi lascia addosso l’odore di ciò che non so spiegare: basilico, brioches, e un po’ di futuro.
Non mi ha salvata.
Non era il tipo.
Mi ha solo mostrato la strada come fanno certe presenze che non restano mai troppo vicine per non spaventarti, ma nemmeno troppo lontane per non perderti.
Ed io l’ho seguito senza sapere di farlo, come si segue una voce che non è una voce, come si segue qualcuno che non si nomina mai per non romperlo.
Lui c’era quando il mondo si è inclinato, quando il mio corpo era una corda tesa, quando la vita e la morte giocavano a braccio di ferro sul mio petto e sul suo. C’era quando il profumo impossibile ha riempito la stanza come un segreto che si rivela solo a chi ha già sofferto abbastanza da riconoscerlo.
E c’era ancora prima, in un gesto antico, in un filo lasciato a metà, in una mano che aveva cucito più destini che stoffe e che, senza esserci più, aveva già preparato il punto da cui saremmo nate entrambe.
E c’è ancora, ogni volta che qualcuno mi guarda piano, con quella cura che non osa toccarmi, come se sapesse che sono stata cucita due volte: una dalla paura, una dall’amore.
E da quella volta, per ricordarmi che certe presenze non se ne vanno, ho tatuato una piuma sul braccio: non per bellezza, ma per memoria. Perché quando la pelle dimentica, il segno resta. E il segno sei tu, Ines.

Silvia Rosa

Bianco e nero

La pioggia cade come un vecchio film in bianco e nero:
grana spessa,
luce che vibra,
strada che si lascia attraversare senza fare domande.
Ogni goccia è un fotogramma che si sviluppa da solo,
un riflesso che non pretende di essere capito.
La strada respira piano.
L’asfalto bagnato diventa uno specchio lungo,
uno di quelli che non restituiscono un volto ma un’andatura,
un ritmo, un modo di stare al mondo.
La semplicità disarma più della pioggia: non c’è niente da interpretare,
solo da attraversare.
La vita scorre ai lati come comparse sfocate: ombre che passano,
ombre che restano, ombre che non sanno di essere state guardate.
Le luci dei lampioni si allargano in cerchi tremanti, come se il mondo avesse deciso di parlare solo attraverso l’acqua. E in mezzo a tutto questo,
la strada continua a offrire la sua verità più umile: che non serve un volto per raccontare una storia,
basta il rumore dei passi,
la pioggia che cade,
e quella semplicità che non chiede niente ma dice tutto.

Silvia Rosa

❤️❤️❤️

La gente è strana quando soffre: apre finestre al freddo, parla ai gatti, sistema cuscini come fossero talismani. Ognuno inventa un modo per non rompersi: chi profuma la casa di torte, chi lucida i vetri per far entrare più sole, chi trattiene il tremito nelle tasche.
E poi ci sono quelli che sorridono per non far rumore col dolore. Io li guardo con la cura che si deve alla porcellana: li sfioro, li lascio respirare. E mentre tutto questo accade, io guardo un pollo che guarda un arcobaleno e un supereroe.
E capisco che a volte i supereroi non hanno mantelli: arrivano piccoli, luminosi, e se ne vanno troppo presto, lasciando nel cielo un colore che non si spegne.

Silvia Rosa

Dentro di me, un luogo senza porte

Passo lieve, come una foglia che non vuole disturbare il vento.
Mi muovo tra le cose con passo inclinato, ascoltando più di quanto dica, sentendo più di quanto mostri.
Dentro di me c’è un luogo che non ha porte: una stanza bianca dove i pensieri arrivano in punta di piedi e si siedono accanto a me senza chiedere nulla.
Gli altri li tratto come cose preziose: li sfioro, li proteggo, li raccolgo quando tremano, come se fossero fragili più di me.
E intanto io mi trascuro, come se fossi fatta di ferro, come se non potessi incrinarmi mai. A volte mi fermo a guardare il mondo come si guarda un acquario: tutto scorre, tutto brilla, e io resto lì, con la fronte appoggiata al vetro, a decifrare movimenti che non mi appartengono e che pure mi toccano. Ho malinconie che fanno male, tenerezze che non chiedono nome, mentre fuori dalla finestra guardo l’erba tra le pietre.

Silvia Rosa

Tempo regalato senza contare

C’è chi fa,
e lo fa piano,
come si sistema una coperta
sulle spalle di qualcuno che dorme.

Gesti che non chiedono applausi,
che non fanno rumore,
che sanno di mani calde
e di tempo regalato senza contare.

E poi c’è chi passa,
raccoglie quel silenzio
come fosse un frutto maturo
e dice: “L’ho colto io”.
La vita, a volte,
ha un modo strano di distribuire i meriti.

Eppure
anche quando le maschere coprono i volti,
quando le parole si fanno pesanti,
quando la giustizia sembra un filo sottile
le farfalle continuano a volare.

Volano dietro le maschere,
dietro i sorrisi stanchi,
dietro le cose non dette.
Volano perché la bellezza
non chiede permesso,
e la gentilezza,
quella vera,
non smette mai di battere le ali.Silvia Rosa