
La pioggia arriva come una tregua che non chiede permesso, scioglie il sole cocente in una luce che non ferisce e per un attimo sembra che il mondo si ricordi di essere gentile.
Per terra, i fiori sono stati strapazzati dal temporale: petali sparsi come sillabe, steli piegati ma non vinti, colori che resistono anche quando l’acqua li trascina via.
Non conoscono la gelosia, né il disumano che a volte ci cresce dentro come una radice che non vuole farsi vedere; accettano tutto: il vento, la pioggia, la notte, e continuano a fiorire, anche storti.
Sul tavolo, la moka vive la sua piccola epopea: fa intrugli scuri, mescola acqua e ombra, borbotta come un cuore che non vuole stare zitto.
Lei però non beve più caffè: lo guarda soltanto, come si guarda un ricordo che non si può toccare, eppure quel suono le attraversa il petto, le ricorda che qualcosa pulsa ancora.
Noi invece combattiamo ombre che non hanno nome, stagioni interiori che cambiano luce senza avviso; a volte resistiamo, a volte ci arrendiamo un istante solo per poter respirare.
La malattia mentale è un temporale silenzioso, non lo diciamo, ma lo sentiamo arrivare nelle ossa.
Eppure la pioggia illumina tutto: le crepe del pensiero, le rinunce che fanno tremare, le piccole vittorie che nessuno vede.
Si mescola al profumo dell’intruglio della moka, a quel battito metallico che continua a chiamare anche se lei non risponde più.
Quando smette, i fiori rialzano la testa, la terra profuma di perdono, e noi, con la moka ancora calda, ci scopriamo capaci di restare in questo istante che non chiede nulla se non di essere vissuto.
Silvia Rosa









