Preghiera scritta sul retro di uno scontrino

Sul lato non stampato qualcuno ha scritto: “Per favore, un po’ di tregua.”

Niente destinatario. Niente firma. Solo questa richiesta che sembra avere fretta e pudore insieme.

Forse era per Te, o per chiunque avesse un attimo libero tra un respiro e l’altro.

La carta è sottile, quasi trasparente. Si vede in controluce un elenco di cose comprate: pane, latte, una speranza piccola (non quantificata).

La frase, invece, non si vede in controluce. Resta lì, come se sapesse che le preghiere funzionano meglio quando non pretendono di brillare.

L’ho rimessa nel portafoglio. Non per fede, ma per abitudine a conservare ciò che non capisco.

E oggi, inspiegabilmente, la tregua è arrivata. Piccola, ma sufficiente a non farmi cadere.

Silvia Rosa

Il coleottero

Le particelle di Dio
non fanno domande:
si limitano a cadere
dove devono.
Lei si guarda allo specchio
e non vede più niente.
Forse la sua immagine
ha capito prima di lei
che è finita.
Le lacrime non sanno di nulla.
O forse sanno di more mature.
Difficile dirlo
quando si perde qualcosa
senza rumore.
Allora fa l’inventario:
ciò che resta,
ciò che manca,
ciò che non ha mai avuto nome,
ciò che non tornerà,
ciò che non serve più a nessuno.
E solo allora si accorge
di avere in tasca un coleottero:
duro, minuscolo,
ostinato nel suo essere vivo.
Dev’essersi infilato lì
mentre lei non guardava.
Lo osserva un momento,
come si guarda ciò che non chiede nulla.
Poi lo lascia stare.
In fondo, pensa,
qualcuno deve pur continuare
a muoversi.
Ed è in quel movimento
che allo specchio appare una bimba.
Tiene una mano in tasca,
senza esitazione.
Quando la apre,
non mostra un altro coleottero,
ma la sua corazza vuota,
perfettamente combaciante.
E sorride
non a lei,
ma a ciò che manca.

Silvia Rosa

Perle di rugiada


La rugiada arriva sempre prima di noi.
Si posa sull’erba come una resa educata,
un modo discreto di dire: non ho vinto,
ma sono ancora qui.
Le lacrime fanno lo stesso,
solo che bruciano un po’ di più
e non brillano così volentieri
alla luce del mattino.
I bambini invece collezionano il mondo
come se non dovesse mai finire:
sassolini che non parlano,
foglioline che non chiedono nulla,
biglietti di treni mai presi,
fazzoletti con un sole disegnato male,
disegni che non somigliano a niente
e proprio per questo somigliano a tutto.
Io guardo queste raccolte provvisorie
come si guarda un museo senza pareti:
ogni oggetto è un tentativo di trattenere
ciò che scivola via comunque,
come la rugiada quando il giorno insiste.
E poi, quasi senza volerlo,
qualcosa cambia:
un chiarore timido si posa sulle cose,
non cancella la tristezza,
non la consola nemmeno,
ma le fa spazio.
E in quello spazio minuscolo
il respiro torna,
più ostinato del dolore,
più vivo di quanto ricordassi.
Per questo indosso una collana di rugiada.
Per continuare a farli sorridere.

Silvia Rosa

Panni stesi

Sullo stendino fra la strada e il cielo
oscillano i panni.
Il vento passa in rassegna ogni stoffa,
la interroga senza fretta:
«Dove siete stati? Chi avete abbracciato?»
E loro rispondono con pieghe,
odori, minuscole memorie di pelle.
C’è un pudore domestico in questo teatro:
la vita che si asciuga al sole
senza pretendere di essere altro,
senza sapere di essere già poesia.
E l’amore, forse, assomiglia a questo:
si regge su ciò che siamo
mentre il vento ci scuote,
eppure restiamo lì,
vicini abbastanza
da sfiorarci gli orli.

Silvia Rosa

Dentro le donne, il vento non basta

Dentro le donne, il vento non basta

Nascono leggere,
come farfalle che non sanno ancora
di avere le ali impigliate
in fili tessuti da mani antiche.
Crescono in silenzio,
le bambine del mondo,
con tasche vuote di opportunità
e grembi pieni di doveri.
Imparano presto che il sacrificio
non ha voce,
che il loro tempo vale meno,
che il loro passo deve chiedere permesso.
Le donne avanzano così,
in un’economia di briciole,
dove ogni gesto pesa più del suo salario,
e ogni sogno costa due volte:
una per immaginarlo,
una per rinunciarci.
Eppure
c’è sempre un momento,
uno solo,
in cui la gabbia del passato
scricchiola.
Un istante minuscolo
come il battito trasparente
di una libellula sull’acqua.
In quell’istante
le donne ricordano
che la leggerezza non è fragilità,
che le farfalle non chiedono il permesso al vento,
che le libellule non temono lo specchio del lago.
E allora si sollevano,
ma non in un cielo nuovo:
lo stesso di ieri,
solo un po’ più stanco.
Si sollevano
sapendo che le cose, in fondo,
non sono cambiate poi molto.
Che le bambine continuano a nascere
con le tasche leggere
e i doveri pesanti,
che il valore del loro tempo
si misura ancora a metà.
Si sollevano lo stesso,
con la pazienza di chi sa
che la storia non si muove
per gentilezza,
ma per ostinazione.
E nel loro volo c’è una tristezza
che non fa rumore,
una bellezza che non chiede applausi:
somiglia al battito fragile
di una farfalla ferita
che insiste a volare
anche quando il vento
non la vuole.
Si sollevano
e quel volo, così lieve,
fa male agli occhi.
Perché ricorda a tutti
quanto coraggio serve
per restare in piedi
in un mondo
che ancora non ha imparato
a guardarle davvero.

Silvia Rosa

Nel bosco, inventario provvisorio

Pioggia:
una contabilità di gocce, tutte uguali e tutte in sciopero.
Ghiaccio:
la sua firma trasparente sulle foglie,
un archivio di freddo che non chiede conferme.
Muschio:
verde che non pretende applausi,
tappeto che cresce senza testimoni.
Il bosco oggi è una balena.
Non per grandezza,
ma per quel modo di trattenere il respiro
come se il mondo fosse troppo rumoroso.
La schiena è un tronco scuro,
le pinne sono rami che non hanno mai visto il mare,
e il ventre, oh, il ventre,
è una caverna dove il silenzio si siede a riposare.
Inventario interno della balena-bosco:
tre nidi vuoti
un’ impronta che non vuole spiegazioni
sette spine di luce filtrata
un segreto che nessuno ha ancora chiesto
E poi lei.
La bambina che era, la donna che è.
Tiene i cannocchiali come si tiene un dubbio:
stretti, ma non troppo.
Cerca qualcosa tra i rami,
forse un ricordo che non ha più il suo nome,
forse la prova che il mondo fuori
non è solo un rumore che bussa.
Il bosco la guarda tornare.
La balena la riconosce.
Il muschio, diplomatico,
le offre un posto dove poggiare il pensiero.
Fuori, il mondo continua.
Qui dentro, invece,
si prende nota di tutto ciò che non si vede.

Silvia Rosa

Nelle luci della laguna

Le luci in laguna, stasera,
sono scaglie che non hanno fretta.
Il mercato del pesce chiude piano,
come una bocca che ha finito di raccontare.
Lei passa tra i banchi vuoti,
le labbra che tremano appena,
mani bianche come se avessero
appena lasciato andare un nome che pesa.
Un gatto con un orecchio strappato
la segue come si segue un ricordo che non guarisce.
Ha conosciuto giorni in cui il cuore
era un piatto rotto nascosto sotto il letto,
e notti in cui avrebbe voluto
scomparire nel rumore dell’acqua.
Ha imparato a sorridere
come si sorride ad una fotografia che fa male,
con quella grazia storta
che è il suo modo di vivere.
I vecchi pescatori dicono
che ci sono pesci che nuotano così in alto
da sfiorare il cielo con la coda.
Lei è così:
sale, sale, senza rumore,
lasciandosi dietro solo l’odore del sale.
Ma stasera, sotto una lampada tremante,
si ferma.
E nelle sue mani bianche
c’è un tremore che non appartiene al freddo.
È il momento in cui capisce
che nessuno verrà a riprenderla,
che la promessa che l’ha tenuta sveglia
non tornerà a bussare.
E allora, piano,
fa qualcosa che spezza il fiato:
porta una mano al petto,
come per tenere fermo un dolore
che vuole scappare via.
E in quell’istante minuscolo,
in quell’inchino involontario alla propria fragilità,
diventa trasparente.
Così trasparente
che quasi si vede il punto esatto
in cui il dolore si arrende,
e il mondo, per un istante,
si inginocchia con lei.

Silvia Rosa

Mele e fazzoletti di stoffa


Le mele continuano a cadere
con la loro compostezza da filosofi silenziosi.
Non chiedono scusa a nessuno
per il tonfo che fanno,
né per il fatto di essere mele
e non qualcos’altro.
La matrigna le guarda e sospira.
Dice che sono troppo dure,
troppo macchiate,
troppo qualcosa.
È un talento il suo:
trovare difetti anche nella perfezione provvisoria
della frutta di stagione.
Poi c’è lui,
che quando piango mi dà della pazza.
Lo dice come si dice
che piove o che il treno è in ritardo:
un’informazione di servizio,
senza cattiveria apparente,
ma con quella leggerezza
che pesa più di un macigno.
Per questo piego fazzoletti di stoffa.
La stoffa non giudica,
non diagnostica,
non pretende di sapere
cosa significhi davvero cedere un po’.
Accoglie il sale,
la stanchezza,
la piccola resa quotidiana.
E mentre asciugo ciò che cade,
penso alle mele:
alla loro onestà verticale,
al modo in cui accettano la gravità
senza farne un dramma.
Forse un giorno imparerò da loro
a cadere con la stessa grazia,
senza preoccuparmi troppo
di matrigne,
di lui,
o di chiunque abbia fretta
di spiegarmi come dovrei essere.

Silvia Rosa

La tenerezza delle cose rimaste

La fioreria dimenticata
ha l’odore delle cose che aspettano:
petali che non ricordano più il colore,
vasi che hanno smesso di contare le stagioni.
Un gatto dorme sul bancone,
raggomitolato come un segreto antico.
Ogni tanto muove un orecchio,
come se ascoltasse un ricordo
che non appartiene a nessuno.
Una bimba entra per prima,
con la serietà dei piccoli esploratori.
Solleva un tulipano secco
come fosse un indizio
di un mistero che solo lei può risolvere.
Dietro di lei una donna,
che finge di cercare un mazzo qualunque
ma in realtà ascolta il fruscio dei ricordi
tra gli scaffali impolverati.
Le rose arancio, dimenticate in un angolo,
conservano un calore lieve,
come un tramonto che non vuole spegnersi.
Poi arrivano loro,
come se il vento avesse aperto una pagina sbagliata:
lo Spaventapasseri che si inchina ai crisantemi,
l’Uomo di Latta che teme di ammaccare le rose,
il Leone che annusa tutto con prudenza regale.
E Dorothy, che sorride
come si sorride alle cose impossibili
quando decidono di presentarsi davvero.
Il gatto li osserva,
senza stupore,
come se sapesse da sempre
che certi incontri accadono solo
nei luoghi dimenticati.
La bimba porge un fiore sfiorito alla donna.
«Guarda, respira ancora», dice.
E in quel gesto minuscolo
c’è un mondo che si riapre:
la donna trattiene il fiato,
il gatto smette di dormire,
le rose arancio sembrano accendersi.
Per un istante
la fioreria dimenticata
ricorda di essere stata viva.
Fuori, il mondo continua
con la sua solita fretta.
Dentro, invece,
qualcuno ha appena rimesso un petalo al suo posto
e quel gesto, così fragile,
basta a cambiare il finale
di una giornata qualunque.

Silvia Rosa

Davanti al balcone

I bambini giocano davanti al balcone chiuso.
Non chiedono nulla: è il mondo che chiede a loro
di continuare a credere.
Le loro dita sfiorano il possibile vetro
come se potesse cedere,
come se dietro ci fosse un respiro
che li aspetta da sempre
e che non arriva mai.
Inventano storie per non sentire
il silenzio che li guarda.
Un tappo diventa un eroe,
una foglia una barca,
e in ogni salvezza immaginata
c’è la loro stessa richiesta
di essere presi in braccio
da qualcosa di più grande.
Il balcone resta chiuso,
ma loro gli parlano lo stesso:
gli confidano segreti
che dimenticheranno crescendo,
gli affidano speranze
che non sanno di avere.
E quando uno di loro ride,
gli altri lo seguono,
come se la gioia fosse un dovere
e non un filo sottilissimo
che può spezzarsi al primo vento.
Non sanno che stanno aspettando.
Non sanno che quel vetro
è la prima promessa mancata
che incontrano nella vita.
Eppure continuano a giocare,
con quella ostinazione dolcissima
che fa male agli adulti
più di qualsiasi verità.
Perché nessuno spera
con la stessa innocenza
di chi non sa ancora
che sta sperando.

Silvia Rosa