Balcone fiorito, ghiacciato, meraviglioso

Il balcone fiorito
oggi trattiene il respiro.
Non per paura,
ma per quella strana educazione
che hanno le cose quando il freddo
le sorprende a metà di una frase.
I petali, irrigiditi,
non chiedono più nulla:
hanno capito che il gelo
non risponde alle domande,
si limita a brillare
come fanno certe verità
che non abbiamo il coraggio di dire.
La brina li veste
di un bianco che non consola
ma illumina,
come una lampadina fioca
che insiste a restare accesa
anche quando nessuno la guarda.
Li osservo da dietro il vetro,
perché avvicinarsi troppo
è un modo come un altro
per rompere ciò che resiste.
E penso con la solennità ridicola
che hanno i pensieri del mattino
che forse la meraviglia è questo:
un attimo che non salva
ma trattiene,
una mano che non stringe
eppure non se ne va.
Intanto il gelo respira piano,
e i miei pensieri,
più disordinati dei fiori,
si trasformano in piccoli appunti,
post‑it colorati
che il vento, per ragioni sue,
porta via.

Silvia Rosa

Chi non pretende nulla


Cammino tra le calli
come se fossero pensieri scappati
da una tasca che non so ricucire.
Mi seguono senza fretta:
nessuno resiste
a chi non pretende nulla.
Il freddo, invece, pretende tutto.
Congela i marciapiedi,
le intenzioni,
e le donne abbandonate
che incontro per strada:
non chiedono salvezza,
ma resistono.
È la loro forma di coraggio.
Io le guardo da lontano.
Non per paura,
ma perché certe tristezze
hanno bisogno di spazio
per non spezzarsi.
Una bambina mi passa accanto
e mi mostra le mani:
due piccole stanze vuote,
pronte a ospitare qualunque cosa,
anche un nido o un uccellino
se decide di farsi prendere.
Le sue dita tremano appena,
come se stessero imparando
la grammatica del mondo.
I gatti osservano tutto
con quella loro calma antica
che non spiega nulla
e proprio per questo
sembra sapere abbastanza.
Chiudono gli occhi
come fanno quando approvano.
Sorrido.
Non al mondo
che continua a non capirsi
ma a quel gesto semplice
di mani offerte,
come se il calore
fosse ancora possibile.
E forse lo è.
Il freddo non protesta.
Le donne resistono.
I gatti respirano piano.
Io continuo a camminare.
Il resto,
come sempre,
accade.

Silvia Rosa

Inventario delle priorità

Non ho nulla in contrario alle scelte sensate. Anzi, le ammiro: tornare a casa, rimettere in ordine la vita, ricordarsi di avere un cognome condiviso. Tutte attività lodevoli, che richiedono una certa costanza.

Io, nel frattempo, ho aggiornato l’inventario. Alla voce “visite inattese” ho aggiunto un asterisco: eventualità remota, non fare affidamento. È bello essere precisi quando si tratta di miracoli.

Il telefono, poi, si comporta da impiegato modello: non sbaglia un’assenza, non registra un ritardo. Se ci fosse un premio per la puntualità del silenzio, lo vincerebbe ogni giorno.

Altrove, naturalmente, si apparecchia per due. Le posate brillano come se sapessero qualcosa che a me sfugge. Devono essere molto intelligenti, le posate ufficiali.

Quanto a me, mi è rimasto un lusso: quello di non dover fingere che tutto questo sia sorprendente. Le seconde scelte hanno almeno un vantaggio: non devono mai chiedere come va a finire.

Inventario provvisorio di una donna

Inventario provvisorio di una donna

Fa un elenco, la donna.
Ne compila molti.
Li infila nei cassetti come calze spaiate.
Uno dice: non abbastanza.
Un altro: troppo.
Un terzo non dice niente,
ma pesa come una porta chiusa dall’interno.
Annota le frasi ricevute in omaggio,
quelle che non si possono cambiare
nemmeno al banco reclami della storia.
Le mette in fila:
“Sii gentile”,
“Sii piccola”,
“Sii grata”.
Poi aggiunge, in matita:
“Sii paziente”.
La matita serve per cancellare,
prima o poi.
Registra anche le assenze:
stipendi più leggeri,
voci interrotte,
spazi ristretti come scarpe sbagliate.
E le presenze indesiderate:
mani non richieste,
giudizi in saldo,
consigli che nessuno ha domandato.
A margine, però, aggiunge una nota:
farò tutto sola.
Non per orgoglio,
ma perché quando ha avuto bisogno
le sedie attorno al tavolo
si sono svuotate in silenzio.
L’hanno lasciata lì,
con la domanda ancora in mano.
Eppure
sempre nel margine accadono le rivoluzioni minime
disegna una freccia.
Punta avanti.
Non verso un altrove eroico,
solo un domani un po’ più largo.
E mentre chiude l’ennesimo inventario,
sorride di traverso:
sa che gli elenchi servono
non per ricordare ciò che manca,
ma per misurare la strada
che,
continua a camminare.

Silvia Rosa

Brilla

Brilla

A Venezia l’acqua non riflette:
interpreta.
Prende il cielo, lo stropiccia un poco,
e lo posa tra i pali delle gondole
come un fazzoletto dimenticato.
Le calli sono vene sottili
che pulsano di passi antichi,
e ogni ponte è un sopracciglio alzato
su un pensiero che non si dice.
Qui anche il silenzio ha un’eco,
e l’eco ha memoria.
I gabbiani parlano in volo,
le barche rispondono con un mugugno,
e il vento, quando passa,
fa finta di non conoscere nessuno
ma si ferma sempre un attimo
davanti alle finestre aperte
a spiare la vita degli altri.
A Venezia il tempo non scorre:
si arrende.
Si siede su un gradino umido,
si toglie le scarpe,
e guarda l’acqua che insiste
a essere acqua
nonostante tutto.
E tu, camminando,
ti scopri più leggera,
come se ogni pietra consumata
ti dicesse piano
che non c’è niente da possedere,
solo da attraversare.
Venezia non ti chiede di capirla.
Ti chiede di restare un momento
nel suo modo fragile di esistere,
dove ogni cosa è sul punto di svanire
e proprio per questo
brilla.

Silvia Rosa

Ipotesi con baffi

Non chiedono nulla,
e proprio per questo
ci interrogano.

Camminano sul tappeto
come se stessero firmando
un trattato di pace
tra il mondo e il silenzio.

Ogni loro passo
è un’ipotesi:
che la gravità sia un’opinione,
che la notte abbia un retro,
che il tempo si lasci graffiare.

Ci osservano
con l’indulgenza di chi sa
che non capiremo mai davvero
la semplicità di essere vivi.

E quando dormono,
così assoluti,
così dimentichi di noi,
ci ricordano
che l’universo non ha fretta,
e che la felicità,
a volte,
ha baffi.

Silvia Rosa

Cinema sul mare

La sala apre quando la luce si fa collana sul bordo dell’acqua. Ogni conchiglia proietta un ricordo che non sapevamo di avere.

Le onde trattengono il fiato, come davanti a una meraviglia che potrebbe svanire.

Gli spettatori restano immobili: non per capire, ma per paura che il mare, chiamandoli per nome, li faccia tremare davvero.

Ombre sul cielo

Me bambina,
che facevo ombre con le mani
per convincere il cielo
che anche noi, a volte,
sappiamo inventare creature.
La luna, spettatrice distratta,
non applaudiva né fischiava.
Annotava soltanto qualcosa
sul suo quaderno di luce
forse il numero delle nostre illusioni.
Le ombre si allungavano
come se volessero scappare
dalla loro stessa semplicità.
Io le seguivo,
credendo di guidarle.
Più tardi ho capito
che i luccichii non spiegano nulla:
sono promemoria involontari
di ciò che non sappiamo dire.
E la mia ultima ombra,
quella che resta
quando la stanza si arrende,
non chiede identità.
Si appoggia al muro
come una nota a margine
scritta da qualcuno
che non conosco e che, inspiegabilmente,
mi conosce già.

Silvia Rosa

Impronte sulla neve

Compilo liste di oggetti da collezione:
biglietti del treno mai timbrati per partenze immaginarie,
parole che non ho detto
per non disturbare il loro silenzio nativo,
ombre che non ho seguito
per non intralciare la luce,
piume trovate in tasche improbabili
(la leggerezza ha l’abitudine
di perdersi dappertutto),
labbra scarlatte ricordate
più fedelmente del volto,
occhiali abbandonati
come prove di un vedere interrotto,
anti‑eroi incontrati nei giorni
in cui la realtà si distrae,
e un numero imprecisato di passaggi
che non ho avuto il coraggio di fare.
Li conservo tutti:
non si sa mai cosa possa servire
a un futuro che non lascia impronte
o le lascia solo sulla neve,
dove durano il tempo giusto
per essere credute.
Forse non ha alcuna utilità.
O forse è solo un modo per ricordare
che anche ciò che non resta
pretende una forma,
breve come neve sul palmo,
e ostinata quanto basta
per sciogliersi al momento esatto.

Silvia Rosa

Inventario delle cose che restano

Gli occhi
li ho trovati stamattina nel cassetto sbagliato.
Due bottoni lucidi,
staccati da un vestito che non indosso più.
Guardano ancora,
ma non chiedono niente.
Un becco d’uccello, invece,
l’ho raccolto per strada:
puntava verso un altrove
che non ho saputo seguire.
Forse era questo il segreto del volo:
non tornare.
Dell’amore finito
restano le briciole,
come dopo una festa
a cui nessuno ricorda di aver partecipato.
Cenerentola, ha perso la scarpa
cammina scalza.
Indosso l’abito nero
per non disturbare i cimiteri.
Lì, tra i resti d’amore,
la malinconia è un giardiniere paziente:
taglia, sistema,
lascia che tutto abbia un nome
e un posto.
Io passo in punta di piedi,
come si fa davanti ad un sonno profondo.
Non cerco risposte:
mi basta sapere
che anche ciò che è finito
continua a respirare
da qualche parte.
Altrove

Silvia Rosa