
Ci sono luoghi
che non appartengono alla terra.
La terra li sostiene,
ma non li approva.
Li conserva come si conserva
un errore di cui non si conosce la formula.
Le linee sono dritte.
Troppo dritte.
Una precisione che inquieta,
come se qualcuno avesse voluto dimostrare
che il male può essere geometrico
e persino elegante.
Il filo spinato
non divide più nulla,
eppure continua a tracciare un confine
tra ciò che l’uomo può immaginare
e ciò che non dovrebbe.
Ogni assenza è un indizio,
ogni traccia un’equazione incompleta.
I bambini
quelli di allora,
quelli di adesso,
quelli che verranno
camminano sempre ai margini della storia.
Non la capiscono,
ma la respirano.
Sono i primi a sentire
ciò che non ha nome:
una paura che non appartiene loro,
una domanda che non hanno fatto,
un’ombra che non dovrebbe toccarli
e invece li sfiora.
Il cielo sopra questi luoghi
non cambia colore.
È la sua forma di testimonianza:
non intervenire,
non cancellare,
non mentire.
La banalità del male
non vive nei fatti,
ma nelle idee che li hanno resi possibili.
Un pensiero troppo ordinato,
una logica senza crepe,
una certezza che non chiede
di essere messa in dubbio.
E noi,
che arriviamo dopo,
camminiamo tra queste geometrie
come tra i resti di un teorema
dimostrato con troppa sicurezza.
Sappiamo che è accaduto,
ma non sappiamo ancora
come sia stato possibile.
E allora,
prima di uscire,
un gesto minimo:
un saluto a chi non può rispondere,
a chi portò sulla pelle
numeri che non erano numeri
ma sottrazioni.
Un saluto lieve,
quasi un soffio,
ai morti tatuati
e ai bambini che non hanno avuto il tempo
di diventare grandi.
Silvia Rosa








