Geometria dell’indicibile

Ci sono luoghi
che non appartengono alla terra.
La terra li sostiene,
ma non li approva.
Li conserva come si conserva
un errore di cui non si conosce la formula.
Le linee sono dritte.
Troppo dritte.
Una precisione che inquieta,
come se qualcuno avesse voluto dimostrare
che il male può essere geometrico
e persino elegante.
Il filo spinato
non divide più nulla,
eppure continua a tracciare un confine
tra ciò che l’uomo può immaginare
e ciò che non dovrebbe.
Ogni assenza è un indizio,
ogni traccia un’equazione incompleta.
I bambini
quelli di allora,
quelli di adesso,
quelli che verranno
camminano sempre ai margini della storia.
Non la capiscono,
ma la respirano.
Sono i primi a sentire
ciò che non ha nome:
una paura che non appartiene loro,
una domanda che non hanno fatto,
un’ombra che non dovrebbe toccarli
e invece li sfiora.
Il cielo sopra questi luoghi
non cambia colore.
È la sua forma di testimonianza:
non intervenire,
non cancellare,
non mentire.
La banalità del male
non vive nei fatti,
ma nelle idee che li hanno resi possibili.
Un pensiero troppo ordinato,
una logica senza crepe,
una certezza che non chiede
di essere messa in dubbio.
E noi,
che arriviamo dopo,
camminiamo tra queste geometrie
come tra i resti di un teorema
dimostrato con troppa sicurezza.
Sappiamo che è accaduto,
ma non sappiamo ancora
come sia stato possibile.
E allora,
prima di uscire,
un gesto minimo:
un saluto a chi non può rispondere,
a chi portò sulla pelle
numeri che non erano numeri
ma sottrazioni.
Un saluto lieve,
quasi un soffio,
ai morti tatuati
e ai bambini che non hanno avuto il tempo
di diventare grandi.

Silvia Rosa

Il margine d’errore


Negli arredi di casa
che non hanno colpe, solo polvere
si riflette la vita delle donne:
un 37% di cose fatte per dovere,
un 12% per ciò che ancora non sanno nominare,
il resto per quella strana forza
che le spinge avanti anche quando non si sa perché.
Sul comò, una collana di perle
conta i giorni meglio di un calendario.
Ogni sfera un pensiero,
ogni pensiero un granello di dubbio,
ogni dubbio un sogno sgranato
che rotola sotto il letto
e lì resta, in attesa di essere ritrovato
da una versione futura di loro stesse
più paziente, o più distratta.
Le percentuali cambiano ogni mattina:
oggi il 5% di coraggio
ha bussato alla porta,
il 9% di malinconia
ha chiesto un caffè,
il resto si è seduto sul divano
a guardare la vita sfilare
come un treno che non hanno preso
ma di cui sentono ancora il rumore.
Eppure, tra un mobile e l’altro,
tra una perla e la successiva,
si infila un filo invisibile:
la possibilità
che i sogni sgranati
trovino un ordine tutto loro,
senza chiedere permesso
a nessuna percentuale.

Silvia Rosa

Cuore mio


Cuore mio,
tu che non sei più organo
ma costellazione
tu che ti apri
come una porta segreta
che il cielo aveva costruito per errore
e poi lasciato lì,
senza istruzioni,
ascolta questo tremito antico
che insiste da millenni
come una notifica cosmica
che nessuno ha mai saputo disattivare.
Ti vedo sbocciare
non in un petto
troppo semplice
ma in una galassia che respira piano,
in quel punto dove il tempo
si inginocchia
e lascia cadere la sua clessidra
perché ha capito, finalmente,
che non serve a niente
misurare ciò che non vuole farsi misurare.
Sbocci
come sboccia la luce
quando decide di avere un corpo
scelta discutibile,
ma apprezziamo lo sforzo
e attraversi il buio
con la stessa pazienza
di chi cerca le chiavi
nella tasca sbagliata.
E allora tutto si muove:
le pietre ricordano il loro nome
e lo pronunciano con un accento improbabile,
gli alberi parlano in sogno
di tasse, radici e altre questioni burocratiche,
le acque si sollevano
solo per vedere se la scena
merita davvero.
Cuore mio,
fiore cosmico,
tu che spalanchi il silenzio
e lo fai diventare canto
non sempre intonato,
ma chi siamo noi per giudicare
tu che apri spiragli
dove nessuno aveva previsto porte,
tu che del fragile
fai una forza che vibra
come un lampadario durante un temporale.
Continua a sbocciare così,
oltre la pelle,
oltre il pensiero,
oltre ciò che la lingua
riesce a trattenere
senza scoppiare a ridere.
Perché quando sbocci
il mondo si ricrea
con l’aria un po’ sorpresa
di chi si ritrova vivo
per puro caso.
E io con lui,
ogni volta nuova,
ogni volta nata
dalla tua luce ostinata,
che insiste,
che ritorna,
che non si arrende
come una buona idea
che nessuno riesce a ignorare.

Silvia Rosa

Figli d’anima

Con le mani leggere
che piegano la carta
fino a farne cuori
così semplici
da sembrare miracoli
mi guardano.
Occhi infiniti,
e oltre,
come se sapessero già
che il mondo è più grande
di qualsiasi parola
io possa offrire.
Sono cresciuti in cinque anni
di passi piccoli e decisi,
di liste impercettibili
che solo loro sanno leggere,
di penne che colorano l’aria
come se l’aria fosse un quaderno
e il cielo un margine da riempire.
Le loro voci
strillanti,
impercettibili,
sovrapposte come onde
disegnano profili meravigliosi,
aperti,
vivi,
in ascolto del possibile.
Hanno creato miracoli
includendo,
non giudicando,
aiutando chi inciampava
senza chiedere nulla in cambio.
E non esiste valutazione migliore
della meraviglia:
mani che fanno,
piedi che giocano,
occhi limpidi e intelligenti
che ti leggono dentro
senza ferire.
Insegnare loro la libertà
è la loro salvezza,
ma anche la mia.
Per questo li ringrazierò per sempre:
per i capolavori involontari,
per le risate che spostano l’aria,
per i silenzi che insegnano più dei libri,
perché sono,
da sempre,
figli d’anima
di chiunque abbia il coraggio
di imparare da loro.

Silvia Rosa

Le botteghe che non insistono

Nelle botteghe dimenticate
gli oggetti non fanno tragedie.
Hanno capito da tempo
che il mondo non ruota attorno a loro
e neppure attorno a noi
e si regolano di conseguenza.
Un cucchiaio che ha perso la sua minestra preferita,
una chiave che non trova più la porta
non è detto che la porta la stia cercando,
un bottone che si è arreso all’evidenza
che certi vestiti non vogliono essere chiusi.
Sono la lista dell’amore
quando l’amore smette di fare rumore.
Geppetto entra con l’aria di chi sa
che il legno non giudica.
Sceglie un pezzo qualunque,
perché la vita, a volte,
si costruisce con ciò che resta sul banco.
La Fata Turchina lo segue,
non troppo luminosa
la luce forte mette in imbarazzo
e si limita a essere lì,
che è già un miracolo discreto.
Fuori, il mondo va al contrario.
Le persone tornano indietro
per controllare se hanno davvero detto ciò che hanno detto,
gli orologi si confondono
tra il prima e il dopo
Perfino il vento cambia idea a metà strada
e non se ne scusa.
Eppure, nelle botteghe,
la luce entra come può,
senza pretese di gloria.
Si posa sugli oggetti
come su vecchi amici
che non hanno nulla da dimostrare.
Forse l’amore è questo:
una lista incompleta
che non chiede conferme,
che si lascia riscrivere
da chi passa per caso,
mentre il mondo, ostinato,
continua a capovolgersi
e noi,
continuiamo a restare in piedi.

Silvia Rosa

Ciò che spetta alle donne

Non chiedono applausi.
Li trovano scomodi, come scarpe nuove
che fanno rumore nei corridoi del quotidiano.
Hanno un’agenda che non finisce mai,
pagine che si scrivono da sole
con la grafia minuta degli impegni inevitabili.
Preparano il mondo ogni mattina,
raddrizzano il tempo storto,
aggiustano silenzi,
ricuciono attese.
E mentre fanno tutto questo
si ricordano anche di vivere,
di ridere quando capita,
di piangere quando serve,
di amare senza chiedere permesso.
Non reclamano troni.
Preferiscono sedie solide,
quelle che non traballano
quando la vita decide di farlo.
Meritano ciò che spesso non arriva:
una pausa che non sia un lusso,
una parola che non sia un favore,
uno sguardo che non sia distratto.
Eppure, in questo mondo spesso crudele
sognano.

Silvia Rosa

I bambini, intanto

I bambini hanno mani che non chiedono permesso,
occhi che inciampano nella luce
e denti che cadono come foglie fuori stagione,
senza tragedia,
solo un piccolo vuoto dove passa più aria.
La magia, per loro,
è polvere di luna rimasta attaccata alle dita
dopo aver rovistato nei sogni altrui.
Camminano con le scarpe slacciate
come se la gravità fosse un’opinione
e non una legge.
Preparano minestre di sassi e rosmarino
in pentole immaginarie,
mescolano con bastoncini storti
che sanno più cose di molti adulti.
Assaggiano, fanno finta di sputare, ridono.
È così che si impara la vita:
per tentativi, per scherzo, per sbaglio.
Davanti a loro c’è un tempo che non conosce fretta,
un orizzonte che non ha ancora deciso la sua forma.
Ballano in silenzio,
come se il mondo fosse un pavimento fragile
e loro gli ospiti più gentili.
Nei loro pensieri di oggi e di ieri
si incontrano cose minuscole:
una formica, un dolore al ginocchio,
la domanda su dove vadano i denti perduti.
E in mezzo a tutto questo,
senza far rumore,
cresce una disarmante meraviglia.

Silvia Rosa

Nella lingua storta dei bambini tristi

Parlano piano,
con l’infanzia che inciampa sulle sillabe,
ma ogni parola è un seme che non muore.
Hanno gli occhi pieni di pioggia,
eppure ci costruiscono dentro
piccoli ponti di sole,
come se la tristezza fosse solo
un’altra forma di resistenza.
Camminano scalzi sulle crepe del mondo,
e ogni crepa diventa un sentiero
quando la toccano.
E poi crescono,
diventano giovani donne e uomini
che portano ancora quella pioggia negli occhi,
ma la usano per far germogliare il possibile.
Fanno del loro meglio per stare al mondo,
anche quando il mondo non sta fermo.
I grandi, invece,
che hanno la voce troppo larga
e il fiato che pesa,
devono chiudersi le labbra
con un nodo di silenzio gentile,
finché non imparano
a dire soltanto bellezza.
Perché i bambini tristi,
anche quando non sono più bambini,
non chiedono salvezza,
la inventano.
A volte sopravvivono
A volte no.

Silvia Rosa

Sedia abbandonata

Sedia abbabdonata

La sedia nell’angolo non protesta.
È stata lasciata lì come si lasciano
le cose che hanno retto troppo
per chi non ha mai saputo vedere.
La polvere la sceglie ogni giorno,
fedele come un’abitudine che logora.
I vizi della vita le passano accanto
con la leggerezza di chi non deve scusarsi.
Ogni tanto, nel silenzio,
qualcosa si incrina:
la vita passata, improvvisa , terribile,
un rumore che non appartiene al mondo
ma che racconta tutto.
È il suono delle rinunce,
delle parole rimaste a metà,
delle mani che non hanno saputo restare.
Ha visto amori che promettevano
di esserci,
e poi c’erano solo finché
non costava fatica.
Ha visto carezze date per sentirsi buoni,
non per capire davvero.
E dicono che c’è chi ti ama.
Chi vede il bello.
Ma spesso lo vede da lontano,
come si guarda un paesaggio
senza avvicinarsi abbastanza
da scorgere le crepe.
La sedia non si illude più.
Sanno che essere dimenticati
è più facile che essere visti.
E che a volte chi ti ama davvero
arriva tardi,
o non ascolta quel passato
che chiedeva solo una mano.

Silvia Rosa

Marionette

Marionette appese, sospese,
con la polvere che si posa
come un secondo volto,
più sincero del primo.
A volte sembrano tristi,
ma è un trucco del legno:
le bocche ferme, gli occhi lucidi
che riflettono ciò che non dicono.
Nel teatro dell’esistenza
restano immobili tra una scena e l’altra,
come se il mondo avesse dimenticato
di tirare il prossimo filo.
Anime dei cimiteri
che brillano più dei vivi,
petali che resistono al gelo
come testimoni ostinati
di ciò che non torna più.
Eppure, tra un nodo e l’altro,
qualcuno compie un gesto minimo:
raddrizza una spalla,
solleva un braccio,
soffia via un granello di polvere
che sembrava eterno.
Ed è allora che accade:
le marionette tremano appena,
come se ricordassero di essere state mani,
voci, passi, desideri.
Non si liberano, non volano,
non diventano altro.
Ma in quell’attimo minuscolo
si capisce che anche ciò che è appeso
può ancora scegliere.
Ancora.

Silvia Rosa