Inventario di una parola bagnata

Dicono dignità femminile. La mettono nei discorsi, tra progresso e priorità, come un segnalibro in un libro che nessuno sta leggendo.

Io la immagino più piccola. Una cosa tascabile, che scivola fuori quando serve e non fa rumore.

Somiglia alla pioggia battente: non chiede permesso, non aspetta l’applauso, non si offende se la ignorano. Cade. E basta.

E intanto, da qualche parte, una donna si alza prima della sveglia, si infila nel giorno come in un impermeabile troppo leggero.

Sa già che pioverà. Le previsioni non sbagliano mai quando si tratta di lei.

Eppure esce. Cammina. Tiene insieme le cose.

La sua dignità non è un monumento, non è un premio, non è un hashtag.

È quell’ostinazione umida che cade dal cielo e continua a cadere anche quando nessuno guarda in su.

Silvia Rosa

Forse era la febbre. (Sogni notturni)

Alla mostra i quadri esponevano uccellini, cani,
gatti che sembravano trattenere il respiro,
e fiori già appassiti ma ostinati nel colore,
come se il rosso e il giallo avessero deciso
di non cedere alla logica del tempo.
Un uomo mi seguiva con la pazienza di chi
ha ricevuto istruzioni precise:
non toccare, non avvicinarsi,
non disturbare ciò che è stato dipinto
per restare immobile.
(Una missione impossibile, se ci penso ora.)
Quando ha svoltato l’angolo
ho fatto ciò che non era previsto:
ho liberato tutti.
Gli uccellini hanno preso il soffitto come cielo provvisorio e poi dalla finestra cielo vero.
I gatti sono scesi dalle loro cornici
con la dignità di chi non deve spiegazioni,
e i fiori hanno lasciato cadere i petali
come biglietti di ringraziamento ma poi sono rifioriti in un prato.
Il cane invece è rimasto un istante a guardarmi.
Non dimenticherò mai i suoi occhi:
neri, profondi,
come se sapessero qualcosa di me
che io non so ancora.
Poi è corso via,
e il suo passo era un sì detto al mondo.
Per un attimo ho visto il paradiso:
non quello delle illustrazioni catechistiche,
ma quello che accade
quando ciò che era fermo riprende a muoversi
e nessuno pretende di fermarlo di nuovo.

Silvia Rosa

I vagabondi di Montecalvario

A Montecalvario la notte arriva in silenzio, scivola giù dai vicoli come un velo pesante che copre ciò che il mondo preferisce ignorare.

Sui gradini consumati siedono uomini senza casa, mani vuote, occhi che hanno visto troppo, storie che nessuno chiede più di ascoltare. Odorano di pioggia antica, di porte chiuse, di treni che non si sono mai fermati per loro.

La gente passa, passa sempre, passa comunque. Il mondo non si ferma a guardare: ha paura di scoprire che basta un soffio per cadere nello stesso punto.

Solo i bambini li vedono davvero. Si fermano un istante, con quello stupore pulito che non sa ancora voltarsi dall’altra parte. Ma subito una mano adulta li strattona via, come se guardare fosse un pericolo, come se la compassione fosse una colpa.

E loro restano lì, i vagabondi, con gli occhi lucidi come vetri rotti, a chiedersi se da qualche parte esista ancora una parola capace di chiamarli per nome.

A Montecalvario dormono seduti, per non sognare troppo. E il vento, passando, fa ciò che nessuno fa più: li sfiora piano, come si fa con chi non ha più niente tranne la propria solitudine.

Silvia Rosa

Donne e palazzi

I palazzi, da lontano,
si fingono disciplinati.
Stanno in fila come scolari ubbidienti,
ma ognuno nasconde una crepa,
un cedimento,
un pensiero storto che non osa confessare.
L’occhio umano passa e sentenzia:
“tutto allineato”.
È lo stesso occhio che pretende ordine
nelle vite delle donne,
che le misura con righelli invisibili,
che chiama “virtù” la rinuncia,
e “errore” ogni passo fuori dal corridoio
che qualcuno ha tracciato per loro.
Gli uomini — non tutti, ma abbastanza —
hanno una strana abilità:
costruiscono gabbie con il silenzio.
Non serve gridare.
Basta non ascoltare.
Basta lasciare che una donna parli
e poi punirla
con l’aria immobile della stanza.
È un peccato capitale,
ma lo praticano come fosse un sacramento.
Un insetto minuscolo
attraversa la facciata
come un continente irregolare.
Non conosce il possesso,
non giudica le traiettorie altrui.
Avanza, e basta,
seguendo una logica che non punisce
e non pretende.
Noi invece inciampiamo
nelle nostre mappe morali,
nei progetti tirati col filo,
nelle sentenze che pronunciamo
come fossero pietre da incastrare
in un muro già troppo rigido.
E allora, a volte,
un raggio di luce si infila
tra due muri troppo vicini
e illumina proprio l’insetto,
proprio la crepa,
proprio ciò che non avevamo visto.
Forse la commozione nasce lì:
nel punto in cui l’ordine si incrina
e lascia passare la verità.
Che nessuno ha il diritto
di disegnare la vita di una donna,
che giudicare è un peccato più pesante
di qualunque libertà condannata,
e che perfino un insetto
sa camminare nel mondo
senza imprigionare nessuno.

Silvia Rosa

Tredici anni

Tredici anni:
un’età che non chiede permesso,
entra, spalanca finestre,
fa volare via le briciole dei giorni uguali.
E tu, Ines, li accogli come si accoglie un gatto curioso:
con un po’ di stupore, un po’ di pazienza,
e quella grazia involontaria
che hanno solo le cose che non sanno di averne.
Inventario provvisorio delle meraviglie:
una risata che arriva prima del motivo,
un quaderno con tre idee buone e sette che lo diventeranno,
la capacità di cambiare opinione senza far rumore,
un’ostinazione gentile che non graffia,
la certezza che il mondo, se guardato di sbieco, migliora,
la paura che passa come passa un temporale,
la gioia che resta come resta l’odore dopo la pioggia.
Cose che a tredici anni si sanno senza saperle:
che ogni porta chiusa è un invito a bussare,
che crescere è un verbo che non finisce mai,
che gli adulti non hanno tutte le risposte
(e va bene così),
che il futuro non è lontano:
è già qui, che ti osserva,
seduto sul bordo della sedia.
E allora eccoti, Ines,
con i tuoi tredici anni appena nati,
che ti stanno addosso come un vestito nuovo:
un po’ largo, un po’ brillante,
pieno di tasche segrete
dove infilare sogni, dubbi,
e quella meraviglia ostinata
che ti somiglia tanto.
Che tu possa conservarla,
come si conserva una fotografia riuscita:
non per nostalgia,
ma per ricordarti
che sei sempre stata capace
di vedere il mondo
mentre si accende.

Silvia Rosa

Osteria senz’oste

C’è un’osteria senz’oste.
Le sedie all’aperto
aspettano qualcuno
come aspettano gli animali domestici
quando non sanno l’ora
ma sanno il ritorno.
I balconi chiusi
trattengono la luce
come fanno gli occhi
quando non vogliono piangere
ma quasi.
L’edera sale
senza chiedere nulla,
si arrampica sui muri
come una domanda
che non trova risposta
e continua lo stesso.
Poi arrivano i merli,
intrizziti dal vento,
che giocano tra le briciole
come bambini.
Saltano, si rincorrono,
si posano sulle sedie vuote
con la leggerezza
che noi abbiamo smarrito
da qualche parte.
E tu capisci
che anche la gioia più piccola
può commuovere
quando non ha testimoni
se non te.

Silvia Rosa

Cimiteri e rane


Nel cimitero di campagna
le lapidi fanno l’appello del silenzio.
Nomi, date, un trattino in mezzo
che tenta di contenere tutto ciò che non sappiamo.
Un trattino così breve
per tutto ciò che è stato amato,
per tutto ciò che è stato temuto,
per ogni volta che qualcuno ha detto “resta”
e qualcuno è rimasto davvero.
Tra un cipresso e l’altro
una rana salta fuori dalla sua agenda d’acqua.
Non ha memoria dei defunti,
non ha parenti da visitare,
non porta fiori.
Eppure è la più puntuale di tutte:
arriva sempre nel momento esatto
in cui il cuore si distrae
e lascia cadere la guardia.
Le basta una pozzanghera
per dichiarare aperta la stagione della vita.
Le basta un insetto distratto
per ricordarci che la fame
non conosce lutto, né anniversari,
e che il mondo non smette
di chiedere il suo tributo di respiro.
Io la guardo,
lei mi ignora con la saggezza
di chi non pretende risposte.
Forse pensa che siamo noi,
con le nostre pietre incise,
a essere un po’ troppo immobili.
O forse non pensa affatto,
e questa è la sua innocenza:
non sapere che tutto finisce.
E mentre gracida,
sembra dire che il mondo continua
anche quando non lo guardiamo,
che la terra non distingue
tra chi riposa e chi salta,
tra chi ricorda e chi semplicemente vive.
Alla fine,
mentre me ne vado,
una rana si tuffa in una pozzanghera
come se fosse un oceano.
E penso che forse
la differenza tra chi resta
e chi salta
non è poi così definitiva.

Silvia Rosa

Numeri civici

I numeri sulle case
non hanno occhi,
eppure vedono tutto ciò che cade.
Non le grandi tragedie,
ma le piccole cose che fanno male davvero:
le foto buttate in un sacchetto nero,
quelle che nessuno ha avuto il coraggio
di guardare un’ultima volta.
Sono lì,
a vegliare su quelle immagini perdute:
un volto sfocato che un tempo ci faceva ridere,
due mani che si sfioravano senza sapere
che sarebbe stata l’ultima volta,
una stanza che non esiste più
se non in quel rettangolo di carta
che abbiamo lasciato andare.
Il mondo sommerso le raccoglie piano.
Le accoglie come si accoglie
ciò che non ha trovato posto altrove.
Lì sotto,
le foto buttate non chiedono spiegazioni:
continuano a mostrare ciò che erano,
senza rancore,
come se la memoria fosse un gesto semplice
e non un dolore che torna.
A volte, di notte,
un numero civico trema.
Non è il vento.
È il peso di un’immagine
che non voleva essere dimenticata,
di un sorriso che ci somigliava,
di una vita che abbiamo lasciato scivolare
perché non sapevamo come trattenerla.
Noi passiamo
e non vediamo nulla.
Ma loro sì:
vedono le nostre esitazioni,
le nostre partenze,
le nostre piccole felicità
che non abbiamo saputo riconoscere.
Vedono la solitudine
che si appoggia al muro
solo per riprendere fiato.
E quando il mondo sommerso
risale per un istante,
porta con sé una tenerezza
che fa quasi male:
la certezza che niente di ciò che abbiamo amato
è davvero svanito,
che tutto ciò che ci ha sfiorati
continua a vivere da qualche parte,
silenzioso e fedele
come una luce lasciata accesa.
Allora, per un istante,
il numero civico si illumina
di un significato che non gli appartiene.
E subito lo perde,
come fanno le cose terrestri
quando sfiorano l’eternità.

Silvia Rosa

Del nostro bisogno di definizioni

Le finestre verdi
saltano nel pomeriggio
come cavallette distratte.

Non chiedono permesso alla luce,
la inseguono.
E quando la raggiungono
si fingono immobili,
come se fossero sempre state lì.

Io le guardo e penso
che l’eternità dev’essere così:
un attimo che cambia idea,
un salto breve,
un fruscio d’aria
che non si lascia afferrare.

Forse l’amore non è diverso:
una finestra che si spalanca
per sbaglio,
una cavalletta che atterra
sul davanzale del cuore
e decide di restare
senza sapere perché.

E noi,
con la nostra serietà da adulti,
a misurare il tempo
con righelli storti,
mentre loro
le finestre, le cavallette, l’amore
ridono piano
del nostro bisogno di definizioni.