Oggi, per le donne

Oggi le donne ricevono fiori.
Li osservano con la stessa cautela
con cui si guarda un animale selvatico:
bello, sì, ma imprevedibile.
Potrebbe mordere.

Nelle case, i vasi si riempiono.
Nessuno nota che l’acqua
è sempre la stessa di ieri,
e che anche i fiori più vivaci
si piegano senza fare rumore.

Oggi si parla di diritti.
Parola pesante,
che rotola male sul tavolo
tra le tazze del mattino
e le chiavi dimenticate.

Qualcuna annuisce,
come si annuisce davanti al meteo:
pioggia, sole,
promesse di miglioramento.
Vedremo.

Eppure
in un gesto minimo,
nel modo in cui una donna
si sistema i capelli
prima di uscire,
c’è una luce che non chiede permesso.
Una luce che non celebra nulla
e non aspetta nulla.

Semplicemente insiste.
Come fanno le cose vive.
Come fanno le cose vere.

Silvia Rosa

Nido del cuore

Si aggroviglia il cuore,
non per confusione,
ma per istinto di sopravvivenza.
Come fanno i rami
quando il vento insiste
e loro, invece di spezzarsi,
si stringono.

Nel mezzo
dove nessuno guarda mai
c’è un vuoto minuscolo,
un respiro che non osa
chiamarsi speranza.
Eppure pulsa,
come un uccello che non ha ancora deciso
se fidarsi del cielo.

A volte lo sfioro:
scricchiola.
Non cade.
Mi ricorda che anche il disordine
sa essere casa,
se ci si siede piano,
senza pretendere di capirlo.

E allora resto.
Con le dita che tremano
sopra questo nido imperfetto,
che non chiede niente
se non di essere lasciato
battere.

Silvia Rosa

Inciampare nel cielo

A volte li incontro
ai bordi delle strade,
come note stonate
che però tengono insieme la musica.

Hanno tasche leggere
e sguardi che pesano più dei sacchi di cemento.
Chiedono una moneta,
ma in realtà chiedono un istante:
che qualcuno li veda
senza far finta di inciampare nel cielo.

Il mondo passa oltre,
con la fretta di chi teme
che la povertà sia contagiosa.
Io passo piano,
come si fa davanti a un animale ferito
che non vuole essere toccato
ma non vuole essere solo.

Forse siamo tutti così:
vagabondi con un indirizzo,
mendicanti con un lavoro,
equilibristi che barattano dignità e paura
per un giorno in più di normalità.

E allora mi chiedo
chi davvero dà
e chi davvero riceve.
Forse la carità è questo:
un attimo in cui due fragilità
si riconoscono sorelle
e non si vergognano.

Il resto è rumore,
monete che cadono,
porte che si chiudono,
pensieri che si fingono pietà.

Ma ogni tanto,
in un gesto minuscolo,
si apre una fessura nel mondo.
E da lì passa una luce
che non appartiene a nessuno
e consola tutti.

Silvia Rosa

Ali che non ricordano come si fa ad essere ali

Sul prato che nessuno pettina
l’albero sta, come chi ha già visto tutto
e non ha più fretta di convincere nessuno.

Le sue radici parlano sottovoce
con ciò che resta del giorno,
mentre le foglie fanno finta
di non sapere nulla del vento.

La donna uccellino arriva così,
senza annuncio né preludio,
con il cuore che si apre
non in rovina, ma in fuga:
una costellazione di battiti
che cercano un varco.

Nel vischio
ostinato, appiccicoso,
più dubbio che promessa
le spuntano un becco timido,
ali che non ricordano ancora
come si fa a essere ali.

L’albero la guarda senza giudizio.
Il prato trattiene il fiato.
Forse volerà.
Forse resterà qui,
a imparare la pazienza delle cose ferme.
Forse altrove è solo un nome
che di tanto in tanto ci chiama.

E noi, da sotto,
non possiamo che ascoltare.

Silvia Rosa

Davanti al Moulin Rouge

Di notte il rosso è più rosso,
come se volesse ricordare qualcosa
che noi abbiamo dimenticato.
Forse un coraggio,
forse una ferita.

Le pale girano lente,
non per attirare sguardi,
ma per non lasciare andare
le storie che vi si sono posate sopra:
una piuma caduta da un costume,
un addio sussurrato dietro una tenda,
un nome inventato per sentirsi vivi.

C’è chi entra per fuggire,
chi per cercarsi,
chi per non pensare.
Eppure, quando la musica tace,
resta un silenzio che non giudica,
un silenzio che sa tutto
e non dice niente.

Mi fermo sul marciapiede
come si fa davanti a una casa d’infanzia
che non ci appartiene più.
Sento che anche qui
qualcuno ha riso troppo forte
per non piangere,
qualcuno ha pianto in un angolo
per non essere visto.

Il rosso vibra ancora,
come un cuore che insiste
nonostante tutto.
E penso che forse
la vera commozione
non sta nello spettacolo,
ma in ciò che rimane
quando il sipario è già sceso.

Il cielo del mattino

Nel caffè che apre prima dei pensieri
una donna osserva i fiori del negozio di fronte.
Non li sfiora, non li sceglie:
li lascia stare,
come si fa con le possibilità troppo fragili
per essere toccate davvero.

Un aquilone, sfrontato nella sua leggerezza,
taglia il cielo del mattino
e per un attimo sembra credere
che la gravità sia solo un’opinione.
Un cane gli corre dietro,
convinto che ogni colore in aria
sia un invito personale.

Il vento arriva senza chiedere permesso,
le muove i capelli
come un ricordo che insiste.
Lei si stringe nel cappotto,
troppo giovane per arrendersi,
troppo lucida per illudersi del tutto.

Figlia del vento,
resta lì
tra un sorso di caffè tiepido
e un giorno che non ha ancora preso forma
a guardare ciò che passa
e ciò che resta,
senza decidere quale dei due
la riguardi di più.

Silvia Rosa

Primavera, quasi una scusa

Lo scarabeo spinge.
Non sa che lo sto guardando
e forse è per questo
che riesce a essere così vero.

La primavera aspetta dietro il sipario.
Ha paura di entrare troppo presto,
o troppo tardi,
o di non essere più necessaria.

Intanto, un filo d’erba tenta
la sua prima frase dell’anno
e la dimentica subito.
La natura non è brava con gli inizi.
Nemmeno noi.

Lo scarabeo procede.
Il suo carico è modesto,
ma gli pesa come una promessa
che nessuno gli ha chiesto di mantenere.

Quando la primavera scoppia
senza preavviso, come una notizia
che non sai se ti riguarda
lui si ferma.
Forse per ascoltare.
Forse per ricordarsi
che anche la bellezza
può essere un ostacolo.

Io resto lì,
con una tenerezza improvvisa
per tutto ciò che continua
senza sapere perché.

E capisco, per un momento breve,
che la vita non ci commuove
per la sua grandezza,
ma per la sua goffaggine
nel provare ancora.

Silvia Rosa

Istruzioni per un fiore che non ha letto le istruzioni

Un fiore giallo è comparso stamattina
tra le crepe del marciapiede,
come se avesse sbagliato indirizzo
e invece no.
Non sa nulla di botanica,
non conosce il nome che gli abbiamo dato,
né il latino che lo inchioda
in un catalogo ordinato per petali.

È giallo.
Di quel giallo che non chiede permesso,
che non consulta il meteo,
che non legge i giornali.

Somiglia a una moneta antica
caduta dalla tasca distratta del sole.
Ma non compra niente,
non paga il suo posto nel mondo.

Oppure è un piccolo faro
per formiche indecise,
che indica una direzione
senza sapere cosa sia una direzione.

Io lo guardo
e lui, con la sua faccia rotonda,
sembra dire:
“Non è straordinario
che proprio qui,
tra un chewing gum fossilizzato
e un mozzicone ormai storico,
si possa ancora tentare?”

La sua radice insiste nel buio
con la testardaggine di un pensiero
che non vuole diventare teoria.

Forse è questo che mi somiglia:
anch’io, a volte,
mi apro senza garanzia,
mi espongo all’aria
come se il mondo fosse
leggermente migliore
di quanto risulti dalle statistiche.

Il fiore non riflette.
Eppure riflette la luce.

Io rifletto molto.
E non sempre illumino.

Così restiamo
lui, prova minuscola di possibilità,
io, prova ingombrante di dubbio
nello stesso mattino,
divisi da tutto,
uniti da questo ostinato,
incomprensibile
giallo.

Silvia Rosa

La mia solitudine

Non è un dramma.
Somiglia piuttosto a una tazza dimenticata sul tavolo
dopo che gli ospiti se ne sono andati:
un cerchio chiaro sul legno
che domani nessuno noterà.

Sorrido spesso
è un gesto educato,
come aprire la porta agli altri
prima ancora che bussino.
Il mio sorriso funziona bene:
rasserena, dicono.
E io lo indosso volentieri,
per più di mezza giornata
in quell’espressione gentile
che non fa domande
e non pretende risposte.

Dentro, però,
c’è una parte che ho riposto con cura,
come un vestito troppo delicato
per essere indossato ogni giorno.
Non l’ho buttato via,
ma ho smesso di provarlo.

Ogni tanto si muove,
fa un fruscio leggero,
come carta velina.
Mi ricorda che esiste,
che non ha smesso di aspettare
un gesto, anche minimo.

E quando finalmente la casa tace
e l’aria torna sincera,
il sorriso si scioglie piano,
senza fare rumore.
Allora piango.
Un pianto piccolo,
quasi timido,
che scende come una goccia
da un rubinetto difettoso.

In quel momento
proprio lì
mi accorgo che somiglio
a chi tiene tra le mani
un uccellino caduto dal nido:
lo scaldo, lo proteggo,
gli parlo piano
come se potesse capire.

So già che non vivrà.
Eppure continuo a curarlo,
perché in quella cura inutile
c’è tutto ciò che resta.

Silvia Rosa

Inventario di una parola bagnata

Dicono dignità femminile. La mettono nei discorsi, tra progresso e priorità, come un segnalibro in un libro che nessuno sta leggendo.

Io la immagino più piccola. Una cosa tascabile, che scivola fuori quando serve e non fa rumore.

Somiglia alla pioggia battente: non chiede permesso, non aspetta l’applauso, non si offende se la ignorano. Cade. E basta.

E intanto, da qualche parte, una donna si alza prima della sveglia, si infila nel giorno come in un impermeabile troppo leggero.

Sa già che pioverà. Le previsioni non sbagliano mai quando si tratta di lei.

Eppure esce. Cammina. Tiene insieme le cose.

La sua dignità non è un monumento, non è un premio, non è un hashtag.

È quell’ostinazione umida che cade dal cielo e continua a cadere anche quando nessuno guarda in su.

Silvia Rosa