Me bambina, che facevo ombre con le mani per convincere il cielo che anche noi, a volte, sappiamo inventare creature. La luna, spettatrice distratta, non applaudiva né fischiava. Annotava soltanto qualcosa sul suo quaderno di luce forse il numero delle nostre illusioni. Le ombre si allungavano come se volessero scappare dalla loro stessa semplicità. Io le seguivo, credendo di guidarle. Più tardi ho capito che i luccichii non spiegano nulla: sono promemoria involontari di ciò che non sappiamo dire. E la mia ultima ombra, quella che resta quando la stanza si arrende, non chiede identità. Si appoggia al muro come una nota a margine scritta da qualcuno che non conosco e che, inspiegabilmente, mi conosce già.
Compilo liste di oggetti da collezione: biglietti del treno mai timbrati per partenze immaginarie, parole che non ho detto per non disturbare il loro silenzio nativo, ombre che non ho seguito per non intralciare la luce, piume trovate in tasche improbabili (la leggerezza ha l’abitudine di perdersi dappertutto), labbra scarlatte ricordate più fedelmente del volto, occhiali abbandonati come prove di un vedere interrotto, anti‑eroi incontrati nei giorni in cui la realtà si distrae, e un numero imprecisato di passaggi che non ho avuto il coraggio di fare. Li conservo tutti: non si sa mai cosa possa servire a un futuro che non lascia impronte o le lascia solo sulla neve, dove durano il tempo giusto per essere credute. Forse non ha alcuna utilità. O forse è solo un modo per ricordare che anche ciò che non resta pretende una forma, breve come neve sul palmo, e ostinata quanto basta per sciogliersi al momento esatto.
Gli occhi li ho trovati stamattina nel cassetto sbagliato. Due bottoni lucidi, staccati da un vestito che non indosso più. Guardano ancora, ma non chiedono niente. Un becco d’uccello, invece, l’ho raccolto per strada: puntava verso un altrove che non ho saputo seguire. Forse era questo il segreto del volo: non tornare. Dell’amore finito restano le briciole, come dopo una festa a cui nessuno ricorda di aver partecipato. Cenerentola, ha perso la scarpa cammina scalza. Indosso l’abito nero per non disturbare i cimiteri. Lì, tra i resti d’amore, la malinconia è un giardiniere paziente: taglia, sistema, lascia che tutto abbia un nome e un posto. Io passo in punta di piedi, come si fa davanti ad un sonno profondo. Non cerco risposte: mi basta sapere che anche ciò che è finito continua a respirare da qualche parte. Altrove
Le piccole cose non chiedono mai il permesso. Entrano come un granello di zucchero sul tavolo, come il rumore di un cucchiaino che inciampa nel vetro. Gli angeli, dicono, abitano proprio lì: nelle briciole, nei bottoni caduti, nel filo che avanza dopo aver cucito un orlo. Non hanno ali: hanno pazienza. Le donne lo sanno. Lo imparano presto, forse troppo: che il mondo si regge su ciò che non si nota. Su un gesto ripetuto, su un nome ricordato, su una porta chiusa piano. E poi c’è la perdita. Arriva come una corrente d’aria che spegne una candela che non ricordavi di aver acceso. Ti lascia nel buio a tastare il tavolo in cerca di ciò che manca. Ma le piccole cose, ostinate, restano. Un fazzoletto dimenticato nella tasca, una tazza con un graffio, una frase che non hai detto. E in ognuna se guardi bene un angelo si siede, si sistema il vestito, e ti fa spazio.
“Lo sai come funziona ?” In realtà lo sapevo, ma me lo feci rispiegare. “Funziona così: prima viene sedata, poi si procede con l’eutanasia” “È veloce”, aggiunse. La dottoressa aveva una bella faccia intelligente, la sua pelle era liscia e le mani decise, senza tremori. Ci fu un silenzio irreale. Non saprei quantificare per quanto. Poi si interruppe con l’ ascolto di quel cuoricino che non batteva più. “Non c’è più” mi disse. Quindi una serie di carte e formalità. Mi lasciò dicendomi che era un atto d’ amore. Esitai un attimo ma le credetti. Mi trovai fuori dal piccolo studio, le foglie ricoprivano la piazzola. Autunno. In braccio quella creatura minuta, avvolta in un panno. Non avevo coraggio di muovermi. Ma soffro lo stare ferma. Lei invece era ferma. Dentro di me il mio animo randagio era disorientato. Ero improvvisamente bambina, gli occhi liquidi, muta per non disturbare e ancora più piccola di quanto potessi immaginare, al ritorno da scuola con la cartella blu e una gattina abbandonata che mi seguiva, saltellando. Mi riguardai attraverso una vetrata. Non so che giorno fosse di preciso, non ricordo mai le date numeriche. Peró so con certezza che era lunedì. So che avrebbe piovuto e tirato vento. Non ho scattato foto. Non scatto mai a comando, la posa mi fa innervosire, lo scatto è qualcosa di intimo che deve compiersi dentro di me, prima. Appena si realizza mi ci vogliono poi pochi secondi, come se tutto fosse già compiuto. Ho migliaia di foto in mente non scattate. Quel lunedì ho immaginato una polaroid. Sbiadita. È sempre stata così la mia vita.
Vorrei esser foglia Avere ali d’argento Rami che toccano le stelle Voglia che diventa vento. Vorrei essere prima e dopo la tempesta Sospesa In un giorno di festa Vorrei che le lacrime Mutassero in rugiada Mentre un pettirosso infreddolito Mi indica la strada
Bianco di latte condensato Un pensiero bianco e immaginato Tuorlo di uova sode I denti di un bambino Il profumo del gelsomino La veste di una sposa Il bianco accecante oltre l’aurora Il cielo che piange pioggia e solidifica neve Il nero luccicante di un corvo assorto Che becca sul tuo corpo Il non saper mentire di fronte all’ evidenza La stupida apparenza I francobolli che volano dalla scatola di latta Fino al cielo Appesi alla coda di una gatta Che sbadiglia E tu che per resistere ti accarezzi le ciglia
Ma chi ero ? Quante volte ho abbracciato la tua pelle Di giorno Di notte Con o senza stelle Quante volte ho chiesto al cielo e al divino Di proteggerti da vicino Quante volte ho ascoltato il tuo cuore piangendo E tu che eri dentro di me Lo conoscevi già E ti muovevi sorridendo Volte in cui il tempo si è azzerato Il lusso di averti amato Baciato Santificato Gli occhi profumati di mondo Il dilatarsi di un secondo Il dolore che senza scrupoli spezza la vita La fine di una partita
Quanti siamo? Passi di donne, uomini, bambini Zampe di cane Ali di angeli che non toccano terra Ma fanno volare gli aquiloni E le nuvole in cielo Alluce, indice, medio, anulare Ho consunto le nocche a forza di pregare Le mie dita che intrecciano le tue piume E tu che sorridi Oltre ogni mio amare E sei una meraviglia Fra cielo e mare
Ho messo da parte quattro monete La vocazione di un prete Il rumore della morte Le note di un pianoforte Un vestito corto e svolazzante La potenza di un istante La corolla di una Margherita Il sale sulla ferita Una vecchia soffitta abbandonata Quello che si immagina oltre una grata Un mazzolino di fiori inumiditi La nascita e i suoi vagiti Ho premuto forte le mani al petto Ho sepoellito un merlo con il merletto Era stecchito Ho sentito il battito del mio cuore Con un dito