
Scende lenta, come se avesse tempo,
e si posa dove vuole,
senza chiedere se fa male.
La nebbia non consola.
Copre tutto con la cura distratta
di chi sistema una stanza
dopo che qualcuno se n’è andato
senza chiudere la porta.
Eppure, in questo bianco che cancella,
qualcosa rimane.
Una luce piccola,
così timida
che sembra chiedere scusa per esserci.
La riconosco tardi:
è la bambina che sono stata,
quella che teneva in tasca
un frammento di mondo rotto
convinta che valesse la pena
provare ad aggiustarlo.
Mi guarda con quella serietà
che hanno certi bambini
quando intuiscono qualcosa
che nessuno ha avuto il coraggio di spiegare.
E mentre la nebbia avanza,
le sue mani diventano più leggere,
le braccia si assottigliano,
le ginocchia si sfumano
come se il corpo non fosse mai stato
del tutto sicuro di restare.
Accanto a lei,
un uccellino malato
perde una piuma dopo l’altra
senza fare rumore,
come se volare fosse un ricordo
che non osa più disturbare.
Eppure entrambi restano lì,
così fragili da sembrare un errore,
così ostinati da sembrare
qualcosa che non si è spezzato del tutto.
Silvia Rosa