La mia solitudine

Non è un dramma.
Somiglia piuttosto a una tazza dimenticata sul tavolo
dopo che gli ospiti se ne sono andati:
un cerchio chiaro sul legno
che domani nessuno noterà.

Sorrido spesso
è un gesto educato,
come aprire la porta agli altri
prima ancora che bussino.
Il mio sorriso funziona bene:
rasserena, dicono.
E io lo indosso volentieri,
per più di mezza giornata
in quell’espressione gentile
che non fa domande
e non pretende risposte.

Dentro, però,
c’è una parte che ho riposto con cura,
come un vestito troppo delicato
per essere indossato ogni giorno.
Non l’ho buttato via,
ma ho smesso di provarlo.

Ogni tanto si muove,
fa un fruscio leggero,
come carta velina.
Mi ricorda che esiste,
che non ha smesso di aspettare
un gesto, anche minimo.

E quando finalmente la casa tace
e l’aria torna sincera,
il sorriso si scioglie piano,
senza fare rumore.
Allora piango.
Un pianto piccolo,
quasi timido,
che scende come una goccia
da un rubinetto difettoso.

In quel momento
proprio lì
mi accorgo che somiglio
a chi tiene tra le mani
un uccellino caduto dal nido:
lo scaldo, lo proteggo,
gli parlo piano
come se potesse capire.

So già che non vivrà.
Eppure continuo a curarlo,
perché in quella cura inutile
c’è tutto ciò che resta.

Silvia Rosa

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Autore: silviettadeglispiririti

Amo le immagini, mi piace accostarle ai versi e creare delle verbografie❤️

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