
Alla mostra i quadri esponevano uccellini, cani,
gatti che sembravano trattenere il respiro,
e fiori già appassiti ma ostinati nel colore,
come se il rosso e il giallo avessero deciso
di non cedere alla logica del tempo.
Un uomo mi seguiva con la pazienza di chi
ha ricevuto istruzioni precise:
non toccare, non avvicinarsi,
non disturbare ciò che è stato dipinto
per restare immobile.
(Una missione impossibile, se ci penso ora.)
Quando ha svoltato l’angolo
ho fatto ciò che non era previsto:
ho liberato tutti.
Gli uccellini hanno preso il soffitto come cielo provvisorio e poi dalla finestra cielo vero.
I gatti sono scesi dai loro cornici
con la dignità di chi non deve spiegazioni,
e i fiori hanno lasciato cadere i petali
come biglietti di ringraziamento ma poi sono rifioriti in un prato.
Il cane invece è rimasto un istante a guardarmi.
Non dimenticherò mai i suoi occhi:
neri, profondi,
come se sapessero qualcosa di me
che io non so ancora.
Poi è corso via,
e il suo passo era un sì detto al mondo.
Per un attimo ho visto il paradiso:
non quello delle illustrazioni catechistiche,
ma quello che accade
quando ciò che era fermo riprende a muoversi
e nessuno pretende di fermarlo di nuovo.
Silvia Rosa