
I palazzi, da lontano,
si fingono disciplinati.
Stanno in fila come scolari ubbidienti,
ma ognuno nasconde una crepa,
un cedimento,
un pensiero storto che non osa confessare.
L’occhio umano passa e sentenzia:
“tutto allineato”.
È lo stesso occhio che pretende ordine
nelle vite delle donne,
che le misura con righelli invisibili,
che chiama “virtù” la rinuncia,
e “errore” ogni passo fuori dal corridoio
che qualcuno ha tracciato per loro.
Gli uomini — non tutti, ma abbastanza —
hanno una strana abilità:
costruiscono gabbie con il silenzio.
Non serve gridare.
Basta non ascoltare.
Basta lasciare che una donna parli
e poi punirla
con l’aria immobile della stanza.
È un peccato capitale,
ma lo praticano come fosse un sacramento.
Un insetto minuscolo
attraversa la facciata
come un continente irregolare.
Non conosce il possesso,
non giudica le traiettorie altrui.
Avanza, e basta,
seguendo una logica che non punisce
e non pretende.
Noi invece inciampiamo
nelle nostre mappe morali,
nei progetti tirati col filo,
nelle sentenze che pronunciamo
come fossero pietre da incastrare
in un muro già troppo rigido.
E allora, a volte,
un raggio di luce si infila
tra due muri troppo vicini
e illumina proprio l’insetto,
proprio la crepa,
proprio ciò che non avevamo visto.
Forse la commozione nasce lì:
nel punto in cui l’ordine si incrina
e lascia passare la verità.
Che nessuno ha il diritto
di disegnare la vita di una donna,
che giudicare è un peccato più pesante
di qualunque libertà condannata,
e che perfino un insetto
sa camminare nel mondo
senza imprigionare nessuno.
Silvia Rosa