
Dentro le donne, il vento non basta
Nascono leggere,
come farfalle che non sanno ancora
di avere le ali impigliate
in fili tessuti da mani antiche.
Crescono in silenzio,
le bambine del mondo,
con tasche vuote di opportunità
e grembi pieni di doveri.
Imparano presto che il sacrificio
non ha voce,
che il loro tempo vale meno,
che il loro passo deve chiedere permesso.
Le donne avanzano così,
in un’economia di briciole,
dove ogni gesto pesa più del suo salario,
e ogni sogno costa due volte:
una per immaginarlo,
una per rinunciarci.
Eppure
c’è sempre un momento,
uno solo,
in cui la gabbia del passato
scricchiola.
Un istante minuscolo
come il battito trasparente
di una libellula sull’acqua.
In quell’istante
le donne ricordano
che la leggerezza non è fragilità,
che le farfalle non chiedono il permesso al vento,
che le libellule non temono lo specchio del lago.
E allora si sollevano,
ma non in un cielo nuovo:
lo stesso di ieri,
solo un po’ più stanco.
Si sollevano
sapendo che le cose, in fondo,
non sono cambiate poi molto.
Che le bambine continuano a nascere
con le tasche leggere
e i doveri pesanti,
che il valore del loro tempo
si misura ancora a metà.
Si sollevano lo stesso,
con la pazienza di chi sa
che la storia non si muove
per gentilezza,
ma per ostinazione.
E nel loro volo c’è una tristezza
che non fa rumore,
una bellezza che non chiede applausi:
somiglia al battito fragile
di una farfalla ferita
che insiste a volare
anche quando il vento
non la vuole.
Si sollevano
e quel volo, così lieve,
fa male agli occhi.
Perché ricorda a tutti
quanto coraggio serve
per restare in piedi
in un mondo
che ancora non ha imparato
a guardarle davvero.
Silvia Rosa