
Le luci in laguna, stasera,
sono scaglie che non hanno fretta.
Il mercato del pesce chiude piano,
come una bocca che ha finito di raccontare.
Lei passa tra i banchi vuoti,
le labbra che tremano appena,
mani bianche come se avessero
appena lasciato andare un nome che pesa.
Un gatto con un orecchio strappato
la segue come si segue un ricordo che non guarisce.
Ha conosciuto giorni in cui il cuore
era un piatto rotto nascosto sotto il letto,
e notti in cui avrebbe voluto
scomparire nel rumore dell’acqua.
Ha imparato a sorridere
come si sorride ad una fotografia che fa male,
con quella grazia storta
che è il suo modo di vivere.
I vecchi pescatori dicono
che ci sono pesci che nuotano così in alto
da sfiorare il cielo con la coda.
Lei è così:
sale, sale, senza rumore,
lasciandosi dietro solo l’odore del sale.
Ma stasera, sotto una lampada tremante,
si ferma.
E nelle sue mani bianche
c’è un tremore che non appartiene al freddo.
È il momento in cui capisce
che nessuno verrà a riprenderla,
che la promessa che l’ha tenuta sveglia
non tornerà a bussare.
E allora, piano,
fa qualcosa che spezza il fiato:
porta una mano al petto,
come per tenere fermo un dolore
che vuole scappare via.
E in quell’istante minuscolo,
in quell’inchino involontario alla propria fragilità,
diventa trasparente.
Così trasparente
che quasi si vede il punto esatto
in cui il dolore si arrende,
e il mondo, per un istante,
si inginocchia con lei.
Silvia Rosa