
Le mele continuano a cadere
con la loro compostezza da filosofi silenziosi.
Non chiedono scusa a nessuno
per il tonfo che fanno,
né per il fatto di essere mele
e non qualcos’altro.
La matrigna le guarda e sospira.
Dice che sono troppo dure,
troppo macchiate,
troppo qualcosa.
È un talento il suo:
trovare difetti anche nella perfezione provvisoria
della frutta di stagione.
Poi c’è lui,
che quando piango mi dà della pazza.
Lo dice come si dice
che piove o che il treno è in ritardo:
un’informazione di servizio,
senza cattiveria apparente,
ma con quella leggerezza
che pesa più di un macigno.
Per questo piego fazzoletti di stoffa.
La stoffa non giudica,
non diagnostica,
non pretende di sapere
cosa significhi davvero cedere un po’.
Accoglie il sale,
la stanchezza,
la piccola resa quotidiana.
E mentre asciugo ciò che cade,
penso alle mele:
alla loro onestà verticale,
al modo in cui accettano la gravità
senza farne un dramma.
Forse un giorno imparerò da loro
a cadere con la stessa grazia,
senza preoccuparmi troppo
di matrigne,
di lui,
o di chiunque abbia fretta
di spiegarmi come dovrei essere.
Silvia Rosa