
La fioreria dimenticata
ha l’odore delle cose che aspettano:
petali che non ricordano più il colore,
vasi che hanno smesso di contare le stagioni.
Un gatto dorme sul bancone,
raggomitolato come un segreto antico.
Ogni tanto muove un orecchio,
come se ascoltasse un ricordo
che non appartiene a nessuno.
Una bimba entra per prima,
con la serietà dei piccoli esploratori.
Solleva un tulipano secco
come fosse un indizio
di un mistero che solo lei può risolvere.
Dietro di lei una donna,
che finge di cercare un mazzo qualunque
ma in realtà ascolta il fruscio dei ricordi
tra gli scaffali impolverati.
Le rose arancio, dimenticate in un angolo,
conservano un calore lieve,
come un tramonto che non vuole spegnersi.
Poi arrivano loro,
come se il vento avesse aperto una pagina sbagliata:
lo Spaventapasseri che si inchina ai crisantemi,
l’Uomo di Latta che teme di ammaccare le rose,
il Leone che annusa tutto con prudenza regale.
E Dorothy, che sorride
come si sorride alle cose impossibili
quando decidono di presentarsi davvero.
Il gatto li osserva,
senza stupore,
come se sapesse da sempre
che certi incontri accadono solo
nei luoghi dimenticati.
La bimba porge un fiore sfiorito alla donna.
«Guarda, respira ancora», dice.
E in quel gesto minuscolo
c’è un mondo che si riapre:
la donna trattiene il fiato,
il gatto smette di dormire,
le rose arancio sembrano accendersi.
Per un istante
la fioreria dimenticata
ricorda di essere stata viva.
Fuori, il mondo continua
con la sua solita fretta.
Dentro, invece,
qualcuno ha appena rimesso un petalo al suo posto
e quel gesto, così fragile,
basta a cambiare il finale
di una giornata qualunque.
Silvia Rosa