
I bambini hanno mani che non chiedono permesso,
occhi che inciampano nella luce
e denti che cadono come foglie fuori stagione,
senza tragedia,
solo un piccolo vuoto dove passa più aria.
La magia, per loro,
è polvere di luna rimasta attaccata alle dita
dopo aver rovistato nei sogni altrui.
Camminano con le scarpe slacciate
come se la gravità fosse un’opinione
e non una legge.
Preparano minestre di sassi e rosmarino
in pentole immaginarie,
mescolano con bastoncini storti
che sanno più cose di molti adulti.
Assaggiano, fanno finta di sputare, ridono.
È così che si impara la vita:
per tentativi, per scherzo, per sbaglio.
Davanti a loro c’è un tempo che non conosce fretta,
un orizzonte che non ha ancora deciso la sua forma.
Ballano in silenzio,
come se il mondo fosse un pavimento fragile
e loro gli ospiti più gentili.
Nei loro pensieri di oggi e di ieri
si incontrano cose minuscole:
una formica, un dolore al ginocchio,
la domanda su dove vadano i denti perduti.
E in mezzo a tutto questo,
senza far rumore,
cresce una disarmante meraviglia.
Silvia Rosa