
Parlano piano,
con l’infanzia che inciampa sulle sillabe,
ma ogni parola è un seme che non muore.
Hanno gli occhi pieni di pioggia,
eppure ci costruiscono dentro
piccoli ponti di sole,
come se la tristezza fosse solo
un’altra forma di resistenza.
Camminano scalzi sulle crepe del mondo,
e ogni crepa diventa un sentiero
quando la toccano.
E poi crescono,
diventano giovani donne e uomini
che portano ancora quella pioggia negli occhi,
ma la usano per far germogliare il possibile.
Fanno del loro meglio per stare al mondo,
anche quando il mondo non sta fermo.
I grandi, invece,
che hanno la voce troppo larga
e il fiato che pesa,
devono chiudersi le labbra
con un nodo di silenzio gentile,
finché non imparano
a dire soltanto bellezza.
Perché i bambini tristi,
anche quando non sono più bambini,
non chiedono salvezza,
la inventano.
A volte sopravvivono
A volte no.
Silvia Rosa