
Marionette appese, sospese,
con la polvere che si posa
come un secondo volto,
più sincero del primo.
A volte sembrano tristi,
ma è un trucco del legno:
le bocche ferme, gli occhi lucidi
che riflettono ciò che non dicono.
Nel teatro dell’esistenza
restano immobili tra una scena e l’altra,
come se il mondo avesse dimenticato
di tirare il prossimo filo.
Anime dei cimiteri
che brillano più dei vivi,
petali che resistono al gelo
come testimoni ostinati
di ciò che non torna più.
Eppure, tra un nodo e l’altro,
qualcuno compie un gesto minimo:
raddrizza una spalla,
solleva un braccio,
soffia via un granello di polvere
che sembrava eterno.
Ed è allora che accade:
le marionette tremano appena,
come se ricordassero di essere state mani,
voci, passi, desideri.
Non si liberano, non volano,
non diventano altro.
Ma in quell’attimo minuscolo
si capisce che anche ciò che è appeso
può ancora scegliere.
Ancora.
Silvia Rosa