
Me bambina,
che facevo ombre con le mani
per convincere il cielo
che anche noi, a volte,
sappiamo inventare creature.
La luna, spettatrice distratta,
non applaudiva né fischiava.
Annotava soltanto qualcosa
sul suo quaderno di luce
forse il numero delle nostre illusioni.
Le ombre si allungavano
come se volessero scappare
dalla loro stessa semplicità.
Io le seguivo,
credendo di guidarle.
Più tardi ho capito
che i luccichii non spiegano nulla:
sono promemoria involontari
di ciò che non sappiamo dire.
E la mia ultima ombra,
quella che resta
quando la stanza si arrende,
non chiede identità.
Si appoggia al muro
come una nota a margine
scritta da qualcuno
che non conosco e che, inspiegabilmente,
mi conosce già.
Silvia Rosa