“Lo sai come funziona ?”
In realtà lo sapevo, ma me lo feci rispiegare.
“Funziona così: prima viene sedata, poi si procede con l’eutanasia”
“È veloce”, aggiunse.
La dottoressa aveva una bella faccia intelligente, la sua pelle era liscia e le mani decise, senza tremori.
Ci fu un silenzio irreale. Non saprei quantificare per quanto.
Poi si interruppe con l’ ascolto di quel cuoricino che non batteva più.
“Non c’è più” mi disse.
Quindi una serie di carte e formalità.
Mi lasciò dicendomi che era un atto
d’ amore.
Esitai un attimo ma le credetti.
Mi trovai fuori dal piccolo studio, le foglie ricoprivano la piazzola. Autunno.
In braccio quella creatura minuta, avvolta in un panno.
Non avevo coraggio di muovermi.
Ma soffro lo stare ferma.
Lei invece era ferma.
Dentro di me il mio animo randagio era disorientato.
Ero improvvisamente bambina, gli occhi liquidi, muta per non disturbare e ancora più piccola di quanto potessi immaginare, al ritorno da scuola con la cartella blu e una gattina abbandonata che mi seguiva, saltellando. Mi riguardai attraverso una vetrata.
Non so che giorno fosse di preciso, non ricordo mai le date numeriche.
Peró so con certezza che era lunedì.
So che avrebbe piovuto e tirato vento.
Non ho scattato foto.
Non scatto mai a comando, la posa mi fa innervosire, lo scatto è qualcosa di intimo che deve compiersi dentro di me, prima. Appena si realizza mi ci vogliono poi pochi secondi, come se tutto fosse già compiuto.
Ho migliaia di foto in mente non scattate.
Quel lunedì ho immaginato una polaroid.
Sbiadita.
È sempre stata così la mia vita.
Silvia Rosa
